Il computing cognitivo, quello che simula la mente umana, comincia ad avere applicazioni pratiche. E altre ne arriveranno nel corso dell’anno. È il risultato del nuovo impegno di Ibm a diffondere la propria tecnologia nata attorno al supercomputer Watson tra aziende e pubbliche amministrazioni. Da gennaio ha creato un’apposita divisione, finanziandola con un miliardo di dollari e assegnandovi 2.500 persone. «Erano 19 anni che Ibm non creava una business unit nuova. E ora lo fa per portare a tutti noi Watson. Anche se adesso entriamo in un territorio inesplorato: crediamo che il computing cognitivo abbia le potenzialità per affrontare problemi importanti che le attuali soluzioni tecnologiche non sono state capaci di risolvere», dice Ted Schadler, analista di Forrester Research.

La filosofia dietro il computing cognitivo è unire il meglio dei due mondi. La capacità di calcolo e memorizzazione dei computer con la potenza efficiente del cervello umano. «I tre datacenter italiani più grandi – messi insieme – hanno potenza inferioree rispetto a un cervello umano, che inoltre consuma molto meno energia», spiega Fabrizio Renzi, direttore tecnico innovazione per Ibm Italia. Com’è ovvio, l’azienda ha solo posto solo il primo mattone su un lungo cammino di integrazione tra i due mondi. Ma è un mattone che comincia a dare frutti.

«Una delle prime applicazioni è al Memorial Sloan Kettering Cancer Center, negli Usa. Qui stiamo sviluppando soluzioni dove Watson collabora con i dottori per diagnosticare un tumore e identificare la cura migliore», continua. «Lo fa meglio di un computer normale, perché, grazie alla struttura del computing cognitivo, può capire la semantica dei testi e può anche leggere una grande quantità di dati – aggiunge Renzi -. Per prima cosa, si impossessa di un dominio di conoscenza, per esempio leggendo i testi di medicina. Poi prende i dati delle cartelle cliniche dei pazienti e li passa a un motore di supporto alle decisioni. Interagendo con i dottori, genera ipotesi di diagnosi e le convalida. Continua a migliorare, imparando dagli errori, se apprende per esempio che una diagnosi si è poi rivelata sbagliata».

Dietro queste capacità, c’è la particolare architettura di Watson. Nei normali computer, sono separati la memoria e i programmi con cui fanno le attività di calcolo. Queste due cose sono invece unite sia nel cervello umano sia nel sistema Watson. «Così può acquisire informazioni attraverso linguaggio naturale, generare ipotesi, prendere decisioni e apprendere».

Un altro esempio è alla Bbs Bank di Singapore, che usa Watson per valutare quanto è rischioso offrire un certo credito a un’azienda, caso per caso. «Il computer può entrare nel sistema del rischio di credito per banche e aziende. Usa tutte le informazioni disponibili sull’azienda, quelle che arrivano dalle centrali di rischio, che ci sono sul sito web dell’azienda, ma anche bilanci e studi var. Stiamo parlando con primarie banche italiane per l’adozione anche nel nostro Paese», aggiunge Renzi.

Un terzo ambito di applicazione, a cui Ibm sta lavorando, è l’e-commerce. «Qui però opereremo all’interno di un ecosistema di partner. Per esempio, con il partner Fluid  (una startup californiana) abbiamo migliorato l’esperienza di shopping online su  vari siti (Ibm non riferisce i nomi, ndr)». Come? «Il sito analizza il comportamento del cliente e continua a imparare. Quindi cambia, per adattarsi a quello specifico utente: gli propone un certo prodotto, lo indirizza verso una pagina, gli offre un’esperienza multimediale specifica».

È solo l’inizio. «Watson è un mix di hardware e software che insieme simulano il comportamento del cervello umano. Stiamo lavorando al prossimo passo: un chip neurosinaptico che simula il cervello interamente a livello hardware», dice Renzi.