Il flop della visione smart city in Italia è conclamato, ma quel sogno può risorgere. Può riuscirci ancora, facendo leva su tre punti di forza: le eccellenze cittadine che si sono sviluppate nell’ultimo periodo, le risorse in arrivo dall’Europa e i benefici – ormai studiati e dimostrabili – che le piattaforme smart sono  in grado di portare alla comunità.

È indubbio, per altro, che la visione originaria sia tramontata e che adesso tocca ricostruire dalle sue ceneri. Sono passate da tempo tutte le scadenze imposte dall’articolo 20 del D.L. 179/12, il famoso “Crescita 2.0” del Governo Monti (il decreto che ha lanciato l’Agenda digitale italiana): l’Agid non ha assolto ai compiti indicati e che componevano la visione (pensata dall’allora ministro Profumo). Di conseguenza- come è emerso dalla recente Smart City Exhibition di Fpa a Bologna, non abbiamo il Piano Nazionale delle Comunità Intelligenti, né le “linee guida recanti definizione di standard tecnici, compresa la determinazione delle ontologie dei servizi e dei dati delle comunità intelligenti, e procedurali nonché di strumenti finanziari innovativi per lo sviluppo delle comunità intelligenti”; non abbiamo la piattaforma nazionale delle comunità intelligenti, né il relativo “statuto” che avrebbe dovuto definire che deve fare una città, per i propri cittadini, per essere considerata smart.

“Col senno di poi, oggi io penso che avremmo dovuto dare molto più peso e centralità alla creazione di ecosistemi digitali e al middleware per favorire l’integrazione dal basso dei diversi servizi, solo per fare un esempio”, dice Mario Calderini, docente del Politecnico di Milano che era stato incaricato per lavorare, con l’Agenzia, alla realizzazione di questa visione durante gli ultimi tre Governi. A luglio, riconoscendo l’impossibilità di andare avanti, Calderini si è dimesso dall’incarico. «Tuttavia – aggiunge -, almeno quella visione conteneva un’idea di strategia e governance, che ora manca. I Ministeri continuano a generare iniziative proprietarie piuttosto scorrelate: ne ho contate almeno sette in sei Ministeri diversi».

È d’accordo Angela Tumino, che si occupa di questo ambito per gli Osservatori Digital Innovation del Politecnico di Milano: «Le città italiane (e non solo) sono ancora lontane dal poter essere definite realmente “smart”: la maggior parte delle iniziative si trova ancora in fase sperimentale, solo nel 30% dei casi sono inserite in un programma Smart City strutturato volto a migliorare la vivibilità, sostenibilità e il dinamismo economico delle nostre città. Le ragioni di questa situazione sono molteplici, ma – come mostrano i risultati dell’Osservatorio Internet of Things – sono riconducibili a due elementi principali: la mancanza di risorse economiche e di competenze adeguate».

Calderini e Tumino credono però che restino in campo forze positive da sfruttare: “La grande occasione del Pon Città Metropolitane per organizzare la progettualità di quattordici aree urbane attorno a requisiti minimi di replicabilità, interoperabilità e scalabilità, magari dando spazio a ecosistemi digitali sperimentati per Expo”, dice Calderini. “Ma, soprattutto, va colta la grande spinta che viene dai processi di innovazione sociale che in molte città italiane, Milano, Torino, Bologna e Lecce solo per fare quattro esempi, stanno diventando la vera impalcatura intangibile delle Smart Cities – continua -. Accompagnare con discrezione questo processo è una delle due cose che credo rimanga da fare alla politica per le Smart Communities. L’altra è riconoscere che non vi sarà mai Smart City senza una profonda revisione delle regole di procurement pubblico delle tecnologie”.

«Bisogna passare da una logica di costi a una di investimenti- aggiunge Tumino -. Abbiamo stimato che una adozione pervasiva a livello di sistema paese di soluzioni Internet of Things per l’illuminazione pubblica, la gestione dei rifiuti e la mobilità urbana consentirebbe a cittadini, pubbliche amministrazioni e aziende di risparmiare complessivamente 4,2 miliardi di euro all’anno».  Per il problema competenze, «serve fare sistema sia tra comuni diversi, in modo da ridurre i costi ed evitare duplicazioni di attività, sia all’interno del comune stesso, sviluppando un programma Smart City che consenta di inquadrare più iniziative all’interno di un disegno coerente», dice Tumino.

Di nuovo la soluzione passa da una governance centrale che è mancata, nelle smart city. Una forte governance già stata però in alcuni ambiti specifici dell’Agenda digitale – la fatturazione elettronica è l’esempio principe – e il premier Renzi ha già annunciato che ora la estenderà ad altri campi. Per esempio per la riforma della manifattura, con la strategia “Industry 4.0” che si ccinge a formalizzare a fine mese. Sarà presto la volta anche delle smart city? Al momento, c’è una task force del Mise che sta elaborando un Programma Smart City: a quanto annunciato dal sottosegretario allo Sviluppo economico, Simona Vicari, a capo della task force, “inizialmente le aree interessate saranno quelle metropolitane. Qui si promuoveranno interventi di efficientamento energetico, facendo leva sui nuovi investimenti in Banda Larga e si lavorerà all’ implementazione di servizi e dispositivi smart per un miglioramento della qualità della vita dei cittadini e la creazione di un migliore contesto operativo per le imprese”.

Il Mise sta mettendo a punto le misure finanziarie a supporto del programma. “Il Governo vuole rendere le grandi città un laboratorio avanzato, dove applicare tecnologie per trovare soluzioni ai problemi quotidiani dei cittadini – ha detto il sottosegretario – dal traffico all’inquinamento, dallo sviluppo economico a una gestione sostenibile delle risorse naturali. Le chiedo di cogliere insieme questa opportunità per il mio Paese, facendo leva sul Piano Juncker per gli investimenti”.