Sono partiti i lavori istituzionali per sviluppare reti intelligenti di gestione traffico e viabilità, dopo anni di attese deluse e soldi sprecati in progetti che non hanno portato a niente. La differenza la faranno i nuovi fondi della programmazione comunitaria e nazionale, ma anche una nuova visione di sistema che si sta affermando.

«È vero, su tutti i temi delle smart cities siamo in ritardo rispetto agli annunci. Ma sono in arrivo i Pon (Piani operativi nazionali) Metro 2014-2020, mentre è previsto a giorni, per fine marzo, il lancio della Piattaforma nazionale delle comunità intelligenti», spiega Alessandra Poggiani, direttore dell’Agenzia per l’Italia digitale.

I fondi ci sono, insomma. Quello che manca è la pianificazione strategica. Ma l’Italia ci sta lavorando. Per tentativi ed errori. Lo dimostra la storia dei Pon Metro, rivolti a 14 città metropolitane (dieci delle regioni a statuto ordinario – Torino, Genova, Milano, Venezia, Roma, Firenze, Napoli, Reggio Calabria, Bari, Bologna – e quattro delle regioni a statuto speciale – Cagliari, Catania, Messina e Palermo), con in media 40 milioni di euro per ogni città del Centro Nord e 90 milioni per quelle del Sud, per un totale di 893 milioni.

«Le città avevano già presentato progetti, per i Pon Metro, ma con idee molto particolari e specifiche, per esempio piste ciclabili. La nuova Agenzia per la coesione li ha respinti, chiedendo di ideare invece progetti più strutturati e integrati. A breve arriveranno i nuovi progetti», dice Poggiani. Il fatto che l’Agenzia per la coesione sia nata solo a dicembre basta a spiegare il lento avvio dei Pon.

Tra le aree di intervento, ci sarà anche la mobilità sostenibile e la diffusione di servizi digitali per ridurre gli spostamenti fisici. Due idee che, con un approccio molto diverso, mirano a un impatto positivo sul traffico, la viabilità. «Possiamo già anticipare che i Pon Metro di Torino e Venezia hanno progetti per una gestione “smart” del traffico», dice Poggiani.

Guarda direttamente alle smart cities, invece, la Piattaforma nazionale delle comunità intelligenti, realizzata da Anci e dall’Agenzia per l’Italia digitale. Conterrà le specifiche tecniche per la realizzazione dei tre cataloghi della piattaforma nazionale: il catalogo del riuso dei sistemi e delle applicazioni; il catalogo dei dati e dei servizi informativi; il catalogo dei dati geografici, territoriali e ambientali. La piattaforma permetterà anche la condivisione delle esperienze da parte dei Comuni italiani.

Su questa base si attendono ulteriori bandi per le smart cities, grazie alla nuova programmazione 2014-2020. Il piano Crescita Digitale individua 400 milioni di euro a questo scopo (di cui 50 milioni Pon e 350 Por, con fondi europei Fesr, Feasr, a cui si aggiungono risorse nazionali regionali). Nella procedente programmazione, il Miur con due distinti bandi ha stanziato sui fondi di ricerca oltre 850 milioni euro in ambiti strategici delle smart cities, tra cui la mobilità intelligente.

«Questi investimenti non si sono però tradotti ancora in progetti di sviluppo concreto da parte delle amministrazioni locali e quindi in benefici per i cittadini», dice Mario Calderini, presidente Comitato tecnico Comunità intelligenti presso l’Agenzia per l’Italia digitale. Il Comitato ha il compito di sviluppare linee guida smart cities, appunto «per evitare che si ripetano gli errori del passato. Dettati dall’incapacità delle amministrazioni locali di trasformare i progetti da sperimentazioni a progetti su larga scala», dice Calderini.

«Ci sono tante app per trovare un parcheggio, ma non c’è nessun progetto di sistema per una vera gestione intelligente del traffico su scala cittadina – conferma Michele Vianello, esperto di smart cities -. Per esempio, una gestione smart significherebbe mettere in rete e in formato open i dati generati dai sensori dei mezzi pubblici, la loro posizione Gps e il fattore di riempimento. Così potrebbero da una parte nascere app utili al cittadino e dall’altra il Comune potrebbe incrociare i dati per fare scelte più intelligenti. Potrebbe decidere di aumentare la frequenza dei mezzi in certe ore e ridurla in altre, attivando anche un servizio “a chiamata”, che ho visto a San Francisco. Lì l’utente può chiamare, da un’app, il mezzo pubblico che così fa una piccola deviazione per raccoglierlo – prosegue Vianello -. Se la città sa usare bene tutti i dati già in teoria disponibili, senza bisogno di nuovi sensori, può anche capire in tempo reale dove ci sono gli ingorghi. Appunto sfruttando il Gps dei mezzi pubblici».

Ma per tutto questo serve una visione di sistema, con un piano strategico condiviso dalle amministrazioni. Proprio ciò che è mancato finora in Italia, con relativo spreco di fondi pubblici. Ci sono adesso i primi segnali che in futuro andrà meglio. Gli errori passati sono stati compresi e sono in arrivo piani e linee guida operative. Troppo poco, ancora, per cantare vittoria. Ma è un inizio.