Il 2015 sarà l’anno dei nuovi obiettivi di sviluppo sostenibile delle Nazioni Unite: la sfida è quella, grazie all’utilizzo sapiente dei dati e alla loro affidabilità, di controllare e monitorare quei target e rendere più rapida e sicura la loro realizzazione. Enrico Giovannini, già ministro e presidente dell’Istat, ha presentato mercoledì a Roma al Better Decisions Forum for Open e Big Data, evento promosso da Iconsulting, il rapporto che lo vede protagonista nella definizione di questi obiettivi, già annunciato a New York al Palazzo di Vetro lo scorso 6 novembre (si veda Nòva24 del 9 novembre, ndr).

Nominato dal segretario generale dell’Onu Ban Ki-moon, Giovannini infatti guida, insieme al cinese Robin Li, l’Independent Expert Advisory Group on the Data Revolution for Sustainable Development. Nel rapporto, dal titolo A world that counts, Un mondo che conta, viene proposta una serie di azioni da mettere in atto nell’immediato, nell’ottica di ridurre i rischi e massimizzare le opportunità di una grande rivoluzione che riguarda l’esplosione della domanda e dell’offerta di dati che prende il nome di Data Revolution, che lo stesso Giovannini definisce ”una grande opportunità per anticipare il futuro e per aiutarci a scegliere in modo migliore”. Un diluvio di bit che provengono dalle fonti più disparate, siano esse dati di transazioni di carte di credito o dati provenienti dai sensori di temperatura delle batterie dei nostri smartphone (che potrebbero essere usati, ad esempio, per migliorare l’accuratezza delle previsioni meteo).

Dello stesso parere è Piergiorgio Grossi, direttore del Better Decisions Forum, secondo cui “questa rivoluzione dei dati, già in atto, sposta sorprendentemente il focus sulla persona. Il punto non è infatti soltanto la tecnologia, per altro un abilitatore straordinariamente potente e complesso, quanto l’utilizzo di questi dati. Una cosa è certa: questo diluvio di informazioni avrà un ruolo determinante nel modo in cui ogni giorno prenderemo decisioni”.

Su una lettura affidabile dei dati possono poggiare le decisioni che organizzazioni internazionali e governi prendono nell’interesse dei cittadini. Per questo non sarà solo necessario concentrarsi sulle politiche di condivisione e accesso a questi dati, ma sul formare persone in grado di usarli. Essere in grado di usarli permetterà agli individui di “contare di più” nel processo decisionale di governi e aziende: poterli manipolare, integrare, aggregare sarà anche uno dei mestieri del futuro e sta già oggi generando nuove opportunità e lavoro.

Secondo Giovannini, si tratta di “allineare, per tutti, il ciclo dei dati al ciclo delle decisioni”, e solo ed esclusivamente in questo modo i processi decisionali potranno poggiare su basi più solide, riducendo la probabilità di causare gravi errori.

“Oggi i processi decisionali stanno mutando, ma non evolvono abbastanza in fretta: moltissimi dati sono già disponibili e stanno cambiando le nostre abitudini sia nelle aziende, sia come consumatori, sia nella relazione con la cosa pubblica – commenta Piergiorgio Grossi –. Quello che cambia, grazie ai dati, è per esempio la velocità con cui si possono prendere le decisioni. Oggi il feedback loop può essere davvero real time, ma le aziende e soprattutto la pubblica amministrazione, non sono ancora pronte, né tecnicamente, né culturalmente, per questo importante passo e si accontentano ancora di dati semestrali o annuali o peggio».

Come ogni rivoluzione, anche la Data Revolution non è esente da rischi: servono standard etici, servono principi che possano aiutare la protezione della privacy e che proteggano potenziali bersagli vulnerabili.