«Siccome siamo giornalisti tendiamo a giudicare i nostri rivali con l’ottica dei contenuti piuttosto che con quella delle strategie», si leggeva nel documento rilasciato da New York Times a maggio e diventato subito un testo chiave per chi si occupa di innovazione nei media. «Ma BuzzFeed, Huffington Post non stanno avendo successo solo per liste, i quiz, le foto delle star e lo sport, lo stanno avendo a causa dei loro sofisticati strumenti di ricerca sui social, dei loro strumenti per la costruzione delle comunità e delle loro strategie» e, soprattutto, stanno avendo successo, si noti, «spesso malgrado i loro contenuti» e non grazie. Qui sta il nodo: comunità, strategia distributiva e tecnologia sono ciò che accomuna questi prodotti. Malgrado i contenuti. Non ci si può allora meravigliare che due studiosi, Seth C. Lewis dell’Università del Minessota e Oscar Westlund dell’Università di Goteborg, abbiano scritto un paper (“Actors, actants, audiences and activities in cross-media news work”, Digital Journalism, vol. 3-1, 2015) per determinare criteri univoci nello studio del rapporto fra tecnologia, giornalismo e informazione nell’epoca in cui si vive salterellando da un media all’altro.

La frattura tecnologica nel mondo dell’informazione ha una radicalità alla pari a quella che sta avvenendo nel vicino mercato della comunicazione. Anche qui è l’avvento degli algoritmi una delle forze principali dietro alla metamorfosi dei trucchi del mestiere: non solo il 30% circa degli articoli di finanza su Forbes sono scritti da un software, ma l’algoritmo di Google, di Facebook e quelli di BuzzFeed e dell’Huffington sono proprio la prova di quanto ciò che conti sia la strategia distributiva molto più dei contenuti. Un problema che, come con molte tecnologie, è commerciale ma anche politico. Laurence Lessig ha spiegato che «il codice è legge», che questi algoritmi, che decidono per noi senza che ne sappiamo nulla, hanno un’influenza diretta sulla nostra libertà. In uno studio fatto da Facebook assieme all’università della California  sulle elezioni di mid term del 2010 si è visto come semplicemente mostrare più notizie sul «newsfeed» abbia avuto un impatto diretto sulle decisioni di voto.

La frustrazione del giornale Usa è soprattutto che in molti casi gli altri siti in questione fanno i click proprio con i suoi contenuti. Per capire l’intreccio fra matematica e distribuzione conviene prendere il più significativo di questi giornali online, BuzzFeed. La logica è quella anche di Vice e di altri prodotti di successo del momento: partire bassi a livelli di contenuti e poi, quando entrano i soldi, alzare la mira. Nato nel 2006 dalla testa di Jonah Peretti, uno dei fondatori dell’Huffington Post, nel 2014 è risultato il secondo editore più condiviso su Facebook (proprio dopo il giornale di Arianna Huffington), e fra i dieci più letti negli Usa. Basato a New York, ha 120 milioni di utenti unici mensili, più di 150 giornalisti, un’unità investigativa, uffici di corrispondenza in Australia e Regno Unito e corrispondenti anche in posti come Nairobi o il Medio Ariente. Di quei 120 milioni di utenti al mese, il 75% viene dai social, la metà sono i fra 18 e 34 anni e più della metà arrivano dal mobile (i numeri sono quelli che ha comunicato lo stesso Peretti, http://blog.newswhip.com/index.php/2014/07/biggest-facebook-publishers-june-20149). Secondo Bloomberg BuzzFeed pensa quest’anno di chiudere con un fatturato di 120 milioni di dollari, il doppio dell’anno scorso (http://fortune.com/2014/04/28/disney-tried-to-buy-buzzfeed/).

La cosa interessante di questo sito che, a detta della stampa, Disney voleva comprare ma non per il miliardo di dollari richiesto, è il processo industriale: è nato come un algoritmo che elaborava i link che la gente condivide sui social, trasformandoli poi in liste composte da video, animazioni, immagini statiche o altri formati che incoraggiano la condivisione. La svolta, il diventare un giornale vero e proprio è iniziata cinque anni dopo, nel 2011 con l’arrivo da Politico di Ben Smith, nominato capo redattore. Ma per capire quali sono i valori di fondo basti pensare che la qualifica di editore («publisher») ce l’ha una donna, Dao Nguyen, che con le sue analisi, in qualità di «responsabile di dati e crescita» ha aiutato a più che quadruplicare in in due anni il traffico del sito. A 40 anni Nguyen è stata una startupper prima di fuggire a Parigi dopo lo scoppio della bolla di internet: si era trovata a dover licenziare i suoi amici quando la sua società, Concrete Media, andò all’aria nel 2001. Nella capitale francese iniziò a collaborare con Le Monde fino a diventare capo della divisione digitale. Con profitto, una notizia incredibile che ha attraversato l’Atlantico. Così nel 2012 è arrivata da Peretti. In quel momento i visitatori unici erano 28 milioni, ora siamo a 120 milioni con picchi di 150 milioni.

Un successo innegabile ma non c’è rivista di settore negli Usa e non solo che non abbia pubblicato articoli o paper che si chiedono se il futuro del giornalismo possa davvero passare da prodotti che giornalismo non sono: può la non materia produrre materia? Il dubbio in molti casi permane ma la vicenda qui narrata indica che la naturale evoluzione di questi prodotti fa in realtà ben sperare.

BuzzFeed, oltre alla rete che ha messo in piedi, ha assunto anche due Pulitzer e ora ha degli editor che fanno lavoro di fact checking. Il documentario sull’Isis di Vice (giornale molto invidiato per la quantità di giovani che lo leggono, che, arrivato al successo, ha visto Murdoch entrare pagando 70 milioni di dollari per il 5% di Vice Media), ha raggiunto su YouTube i 4,7 milioni di visualizzazioni (https://www.youtube.com/watch?v=AUjHb4C7b94). Realizzato senza risparmi di spese ha fatto concorrenza a quello della Bbc e attirato anche molte critiche. Ma non c’è dubbio che sia una mossa al rialzo. Alzando il livello si attira un pubblico che ha un forte valore commerciale, facendo fruttare al meglio la potenza di fuoco distributiva, questa mossa non aliena i lettori già in essere.

Insomma non tutto è finito per il giornalismo. Quando Gleen Greenwald nel suo libro «No place to hide» se la prende col New York Times che gli negava il diritto a essere riconosciuto come giornalista, argomentando che lui sarebbe solo un «attivista politico», l’uomo che ha aiutato Edward Snowden a diffondere lo scoop dello spionaggio della Nsa, si difende dicendo che non si tratta di narcisismo. Semplicemente, spiega, pubblicare documenti riservati in qualità di attivista non ha la stessa protezione, a livello di diritti, di cui gode un giornalista. Diritti di cui non gode manco l’algoritmo, per ora.

[7015 battute]