«Nel paese in cui si dice che ci siano le persone più povere al mondo, un piccolo territorio resiste: dal 2013, trasformiamo discariche selvagge in giardini urbani e i vostri sacchetti di plastica in cinture di sicurezza» si legge sul sito di Woelab, che il suo fondatore, Sename Agbodjinou Koffi, definisce il “Primo spazio africano di democrazia tecnologica”. Perché Woelab non ha le attrezzature che corrispondono ai requisiti necessari per entrare negli standard della Fab Foundation del Mit ma ha creato, nel 2013, la prima stampante 3D ricavata da rifiuti elettronici riciclati: con W.Afate, ai “Global Fab Awards” 2014, è arrivato primo davanti ai Fab Lab di tutto il mondo. «Alcuni fablab sono fatti per i mobili della sala da pranzo, gli obiettivi di Woelab sono più ambiziosi» dichiara Koffi, architetto e antropologo che ha creato a Parigi “L’Africain d’architecture”, uno studio di design noprofit che si interroga sulla “Modernità ancorata”: come fare in modo che la tradizione di solidarietà e mutualismo dei villaggi africani non sparisca insieme al progresso tecnologico, e quindi come aiutare le persone a riappropriarsi della loro storia in modo consapevole grazie alla tecnologia, migliorando la qualità della vita.

Nell’agosto 2012, Koffi è quindi tornato a Lomé, capitale del Togo, e ha fondato WoeLab, perché Woe, in togolese, si pronuncia “Weh”, “Fallo!”: un laboratorio del fare insieme, dell’ingegnarsi per trovare soluzioni pratiche a problemi concreti. «Woelab non aiuta i giovani, ma fornisce loro i mezzi per aiutare se stessi» scrive Koffi. «I nostri residenti sono così responsabilizzati e proprietari di Woelab stesso».

Un primo passo, un esperimento in scala delle “HubCités Africaines”, reti di fabbriche-agorà in cui ogni laboratorio è un nodo, per una città che vada oltre i paradigmi della smartness e della sostenibilità, considerati da Koffi elitisti, perché pongono alla guida del processo di cambiamento gli esperti di tecnologia o gli urbanisti, non gli abitanti dei luoghi e dei villaggi. “L’africanità dell’architettura” proposta si basa invece sulla città vernacolare, in cui sono le persone insieme, a fare domande e cercare risposte. Woelab è gestito quindi in modo collegiale da venti persone, un terzo donne, età media vent’anni, con profili dall’ingegnere all’artigiano: a metà tra il makerspace e la casa di quartiere, ha lanciato nel 2014 un programma per accogliere i progetti che, sposando la filosofia di #LowHighTech, volessero entrare in un incubatore particolare, “Silicon Villa”. Fanno oggi parte del progetto trenta giovani per dodici startup, legate tra loro con contratti di prossimità per l’autosostentamento economico del laboratorio, che ha scelto di non ricevere finanziamenti dall’esterno. «Un ecosistema totale, così da creare un circuito economico che prima di spingersi nel mondo ricade all’interno del laboratorio» spiega Koffi.

Tra queste, Nativ, che si occupa di consulenza nelle tecnologie dell’informazione; Modela, che punta a divulgare l’utilità delle mappe digitali in opensource per la conoscenza del territorio; Zuloo, service di stampa 3D e web design; Terres, che sviluppa prodotti per l’agricoltura urbana; Woebots, che crea hardware in opensource e fornisce tecnologia dal riciclo dei rifiuti elettronici. «Produciamo 2,3 tonnellate di rifiuti elettronici ogni secondo nel mondo, molti di questi vengono smaltiti in Africa» ricorda Koffi. «Tutti i dispositivi che possono favorire la consapevolezza del bene comune e l’azione di concerto, come i barcamp, sono i benvenuti». La tecnologia senza impegno sociale, meno. «Vogliamo che serva a far riconquistare il potere di fare, che spinga verso una conoscenza accessibile a tutti».