Centosessanta milioni di euro buttati al vento, 14 anni di lavoro pure, e gli ultimi 40 degli oltre cento lavoratori licenziati. Questa la fine annunciata di Siena Biotech, il gioiello biotecnologico fondato nel 2000 grazie a un massiccio investimento del Monte dei Paschi (oltre cento miliardi di lire in cinque anni solo per iniziare), dopo che la Fondazione ha bocciato il piano di ristrutturazione presentato, ossia aperto le porte al curatore fallimentare.

E’ più che triste l’epilogo di quello che doveva diventare il fiore all’occhiello del polo biotecnologico senese, ma non sorprendente. Il vizio, infatti,  era evidente – per chi avesse voluto vederlo – fin dall’inizio.

Privo di un segmento di mercato, di un brevetto importante o di una tecnologia qualificante, l’istituto (natura giuridica: spa) aveva come mission dichiarata quella di trovare farmaci contro i tumori o l’Alzheimer, e relativi utili, entro pochi anni: un target irrealistico anche per i colossi di Big pharma. E nonostante ciò i ricercatori, richiamati a Siena da stipendi per nulla in linea con quelli dei colleghi italiani, qualche risultato l’avevano prodotto, riuscendo a stipulare contratti con qualche Big (tra le quali Wyeth-Pfizer, Roche) e portando in avanzata fase di sperimentazione clinica il selisistat, un farmaco contro una malattia neurodegenerativa, la còrea di Huntington.

Ma questo di certo non era sufficiente. Non negli anni della crisi del Monte. Anni in cui il flusso di denaro, inizialmente quasi illimitato, ha iniziato a rallentare, fino ad arrivare, al 2012, alle prime casse integrazioni, alle prime fughe di cervelli e ai primi sussurri su una possibile chiusura, anche perché le istituzioni locali, che avrebbero potuto dire la loro attraverso la Fondazione (il Comune), o prendere in mano la situazione (la Regione), non hanno mosso un dito né sborsato un euro.

Oggi, però, ciò che sembra in gioco va  ben oltre Siena Biotech, e il perché lo spiega Emanuele Montomoli, docente di Igiene dell’Università di Siena ma anche fondatore, nel 2008, di una startup che in pochi anni è passata da tre soci a 29 dipendenti, Vismederi e che, proprio perché in crescita, avrebbe dovuto trasferirsi nei locali di Siena Biotech, negli ultimi anni dati in parte in affitto a startup e istituzioni: “L’edificio, pur molto costoso da mantenere, stava diventando, nei fatti, un polo di aggregazione per il distretto esistente, insieme a Toscana Life Sciences. La sua chiusura getta un’ombra su tutto il sistema, e potrebbe causarne un indebolimento, attraverso la dispersione dei vari protagonisti”. L’ultimo settore che ancora produce ricerca, e innovazione, e utili, in un territorio martoriato da uno dei più grandi scandali degli ultimi anni, potrebbe dunque avere i giorni contati. Ma al momento non sembra che questo preoccupi nessuno, al di là di chi ci lavora.

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