La danza della pioggia non fa più effetto. I Paesi a scarsa precipitazione di acqua devono correre ai ripari “solleticando” le nuvole in mille modi. Tra le più recenti sperimentazioni c’è chi le studia nei minimi dettagli per capire quali sono le più generose e quali le più avare di umidità, chi è arrivato a utilizzare le nanotecnologie per accelerare la condensazione dell’acqua e chi è pronto a inseminarle con un mix di sali a effetti speciali.

A sollecitare gli scienziati e premiare progetti e buone idee in questo campo è il programma Research Program for Rain Enhancement Science degli Emirati Arabi Uniti che ha riaperto le iscrizioni per il ciclo 2016 dopo aver premiato con un finanziamento di 5 milioni di dollari tre gruppi di ricerca provenienti da Giappone, Emirati Arabi Uniti e Germania.

Quattro gli obiettivi che vanno tenuti in conto presentando la propria candidatura: fare in modo di migliorare il livello di ricerca e innovazione nel settore, dimostrare di approfondire le conoscenze scientifiche sull’aumento delle precipitazioni, sviluppare tecniche all’avanguardia nell’ambito delle pratiche e delle operazioni di innalzamento delle precipitazioni e, infine, accelerare e costruire ulteriori competenze nel settore sia a livello locale che globale.

Così la disciplina legata alle precipitazioni piovose indotte dimostra di voler evolvere. Effetti collaterali per l’ambiente pare che non ce ne siano. Lo fa intendere la metereologa Alya Al Mazroui, program manager del progetto saudita, quando dice che non ci sono dati che evidenziano possibili aspetti negativi sull’ambiente causati da azioni di intervento sulle nuvole: “In percentuale si usano minime particelle di sale come cloruro di potassio e cloruro di sodio che non sono affatto prodotti chimici nocivi per l’uomo, le piante o gli animali”.

Inoltre, aggiunge Alya Al Mazroui, la pioggia indotta artificialmente costa meno di qualsiasi intervento di desalinizzazione ed è comunque una buona pratica di salvaguardia dell’acqua. E porta a esempio l’esperimento effettuato nel 2010 quando “dopo tre giorni interi di inseminazione delle nuvole è stata raccolta nelle dighe una quantità d’acqua pari a una produzione di nove anni di un impianto di dissalazione”.

Vincitore del programma Uae 2015 è stato il progetto del giapponese Masataka Murakami, visiting professor dell’Institute for Space-Earth Environmental Research dell’ Università di Nagoya che ha messo a punto algoritmi e sensori atti a identificare le nuvole più adatte per l’inseminazione. Anche la ricerca di Linda Zou, professore di Ingegneria chimica e ambientale del Masdar Institute of Science and Technology (Eau) ha ricevuto finanziamenti per l’uso delle nanotecnologie in grado di sviluppare materiali di inseminazione delle nuvole e rendere più efficiente la formazione di gocce di pioggia. Il terzo e ultimo progetto premiato è invece tedesco: Volker Wulfmeyer, professore di Fisica e meteorologia presso l’Istituto di Fisica e meteorologia dell’Università di Hohenheim in Germania è il padre degli studi sull’ottimizzazione dell’inseminazione delle nuvole in termini di convergenza tra i cambiamenti nella copertura del suolo e l’aumento dei livelli di precipitazione.

“Abbiamo ricevuto anche progetti italiani molto promettenti – spiega Alya Al Mazroui –, così come troviamo interessanti le ricerche basate sulla condensazione indotta da laser o da inseminazione ottenuta da bio-materiali”. Progetti sulle nuvole, ma con piedi ben piantati per terra.