Il numero di persone in fuga da violenze, guerre e persecuzioni ha raggiunto nel 2015 il livello più alto di sempre sfiorando la soglia dei 65 milioni di persone, di cui 21,3 milioni aventi lo status di rifugiati (secondo i dati Unhcr). La scala del bisogno supera quella delle risorse pubbliche disponibili per farvi fronte: basti pensare che sono 450mila le richieste di asilo ricevute nel 2015 dalla sola Germania, mentre in Svezia sono quintuplicate in dodici mesi. L’impossibilità per il pubblico di fronteggiare autonomamente gli attuali tassi di crescita del fenomeno, apre il campo a nuove forme di partenariato con investitori privati. E non solo perché gli investimenti ad impatto sociale possono rappresentare una risorsa addizionale per coprire i costi a carico delle amministrazioni, ma soprattutto per il ruolo che questi possono giocare nel finanziare la messa a punto di soluzioni inedite al problema.

Ad oggi, giustamente, gli sforzi sono concentrati soprattutto nel fornire aiuti umanitari durante il transito, per far fronte alle prime necessità dei migranti. Rimane aperta, invece, la sfida infrastrutturale per ospitare i rifugiati nei Paesi di destinazione. Ed è qui che gli investimenti ad impatto sociale possono contribuire a finanziare l’offerta di servizi per chi rimane. La ricerca di un lavoro stabile ne è un esempio. In Finlandia, occorrono 4 anni prima che un rifugiato possa trovare un impiego, mentre nei Paesi Bassi solo il 30% dei rifugiati lavora a sei anni dall’arrivo. In Italia, si impiegano prevalentemente nel settore agricolo, dove sono esposti al rischio sfruttamento. Lavoro, istruzione, housing, apprendimento della lingua, e inclusione sono le aree che più si prestano allo sviluppo di sperimentazioni, capitalizzando l’esperienza maturata con i progetti pilota degli ultimi anni. Difatti, se il focus, i rifugiati, è inedito, negli ambiti di applicazione si è già testato qualche esempio di finanza outcome based.

Poter misurare in modo oggettivo i risultati del progetto è fondamentale per utilizzare questa tipologia di strumenti: il risparmio per lo Stato, ad esempio in termini di servizi sanitari e di sicurezza pubblica, può essere una quantificazione affidabile dei benefici prodotti dall’integrazione socio-economica dei rifugiati. L’idea è, infatti, che investitori privati finanzino organizzazioni che forniscono servizi ai rifugiati e ne migliorino il processo di integrazione sociale, in modo da alleggerire la spesa pubblica. Ed è proprio attingendo ai risparmi ottenuti che gli investitori avranno il rimborso di capitale e interessi. Qualcuno ci sta già provando. Dopo la Svizzera e il Belgio, anche la Finlandia ha da poco lanciato il suo primo social impact bond. Il programma, che si prefigge di ridurre da 4 a 1 gli anni necessari ad un rifugiato per trovare un lavoro stabile ed acquisire autonomia economica, coinvolgerà 3mila persone in un percorso di formazione, valutazione delle competenze, ricerca dell’impiego e accompagnamento nelle prime fasi dell’integrazione lavorativa. 57 milioni di euro circa il risparmio previsto per le casse del Ministero del Lavoro e dell’Economia finlandese.

La questione della ricerca del lavoro è spesso legata alla difficoltà di accesso ai sistemi di istruzione del paese ospitante: meno del 1% dei rifugiati a livello globale frequenta l’università a causa della mancanza di documentazione che ne attesti il livello di istruzione e della barriera linguistica. Lo scenario si sta popolando di progetti volti ad offrire servizi per colmare questi gap, attraverso un modello di business sostenibile. L’organizzazione tedesca Kiron ha sviluppato un percorso universitario on line che aggrega i Moocs (Massive Open Online Courses) delle più prestigiose università a livello mondiale come Harvard e Stanford. Questo modello alternativo di istruzione secondaria assicura la flessibilità richiesta dalla condizione di rifugiato – che può completare il suo percorso di studi, ed ottenere il titolo, dovunque si trovi e in qualunque momento – e un prezzo accessibile. Tramite una campagna di crowdfunding, Kiron ha raccolto i fondi per finanziare circa 450 borse di studio. Infine, ha creato un incubatore per imprese sociali che sviluppano servizi rivolti ai migranti. L’impresa portoghese Speak, invece, ha creato un programma di scambio linguistico tra migranti e cittadini basato sul crowdsourcing. Chi fa domanda per partecipare al corso può decidere se pagare o meno la tassa di iscrizione in base alle proprie possibilità: fino ad ora l’80% degli studenti si è dimostrato in grado di pagare. Alimentare il flusso di capitali verso tali iniziative può indurre dinamismo all’interno del sistema istituzionale, finanziando soluzioni che abbiano tempi coerenti con l’urgenza del bisogno, spesso anche grazie all’effetto abilitante del mezzo tecnologico.

L’emergenza abitativa è un altro esempio. La fondazione Stichting Nieuw Thuis (Sntr) di Rotterdam ha acquistato diversi alloggi in varie zone della città da destinare a 200 famiglie siriane, il gruppo più popoloso di rifugiati nel Paese. Queste possono usufruire di un canone di affitto agevolato che è utilizzato dalla fondazione per finanziare il programma di integrazione in cui vengono inserite. Il programma prevede corsi intensivi di lingua, corsi di cultura generale e formazione finalizzata alla ricerca di un impiego stabile.

Gli investimenti ad impatto sociale non sono di certo la soluzione alle crisi più urgenti del nostro tempo, ma possono essere il tassello mancante per evolvere da un approccio emergenziale ad uno preventivo, sviluppando una visione di medio-lungo periodo. La loro messa a sistema dipenderà, oltre che dalla presenza di progetti in cui valga la pena investire, anche dalla capacità di collaborare, misurare i risultati, innovare, fare leva sulle nuove tecnologie e nel non superare la linea sottile tra la finanza a servizio del sociale e l’imperdonabile errore del viceversa.