L’obiettivo non è più una rete senza fili che connetta tutte le persone, ma una che connetta tutte le cose. Il passaggio alle tecnologie 5G potrebbe essere quello definitivo: un anello per domarli tutti. Almeno, è quello che spera Qualcomm, colosso dei semiconduttori e uno dei principali attori della ricerca e sviluppo per le tecnologie nel settore della telefonia mobile.

Dal suo quartier generale di San Diego, nella California del Sud, i dirigenti dell’azienda disegnano – in esclusiva per Nòva24 – i piani futuri delle tecnologie senza fili: frequenze variabili in porzioni di spettro che garantiscano alternativamente lunga portata o grande capacità, algoritmi per ottimizzare l’utilizzo dell’etere, risorsa comunque scarsa, chip a bassissimo consumo, design unificato per aree geografiche diverse. Oggi circa il 46% della popolazione mondiale (7,5 miliardi di persone) ha uno smartphone, nel 2020 sarà il 57%.

La corsa per i test del 5G è già iniziata, ed è la parte visibile per il pubblico e per la stampa, ma per gli addetti ai lavori la parte interessante in realtà sta terminando. È stata la lunga e complessa negoziazione nel forum che raccoglie tutti gli attori del mercato: il 3GPP, l’associazione delle associazioni di aziende che si occupano di telecomunicazioni e altro. «Ma per la prima volta – spiega Keith Kressin, vicepresidente di Qualcomm, che storicamente ha sempre avuto un ruolo chiave nella definizione degli standard del 3GPP – i partecipanti che non appartengono al mondo delle telco sono stati più numerosi di noi aziende specializzate e delle compagnie telefoniche stesse».

Il cambiamento è la chiave delle aspettative per il 5G, e ha un nome: internet of things. La rete delle cose è infatti l’obiettivo neanche troppo nascosto del 5G, che però viene in una forma differente, secondo Qualcomm, da quella che ci potremmo aspettare. «Innanzitutto – dice Ignacio Contreras, director di Qualcomm – la nascita del 5G non esclude la crescita del 4G/LTE, anzi ne prevede uno sviluppo sempre maggiore». La chiave del ragionamento sta nella complementarietà delle due tecnologie: il 5G garantirà alta velocità e alta capacità, ma solo nei centri più densamente popolati o nelle direttrici di grande traffico. Quando i terminali mobili nelle tasche degli utenti (o nei loro apparecchi smart, dall’automobile ai wearables) usciranno da quest’area di maggiore copertura, entreranno senza soluzione di continuità nel raggio del 4G, che coprirà il resto del territorio.

«La chiave perché questo succeda è abbandonare definitivamente il 2G, cioè il vecchio Gsm», dice Jason Kenagy, vicepresidente di Qualcomm. E qui la battaglia si fa veramente dura. Perché la materia oscura, la parte immersa del gigantesco iceberg della connettività dati “lenta” è quella della vecchia internet of things. Una infrastruttura che poggia sul 2G, cresciuta spontaneamente nel corso degli ultimi due decenni della quale nessuno dice niente ma che è in realtà una funzione critica per le nostre società tecnologiche. Agganciato a impianti di trasmissione Gsm con standard Gprs a bassissimo consumo, con batterie che durano da due a cinque anni, c’è di tutto: dalle paline intelligenti degli autobus ai sensori e attuatori degli impianti industriali, dai sistemi di segnalamento ferroviario (Gsm-R) ai semafori intelligenti. Sono decine e decine di milioni di apparecchi che devono essere ammortizzati o che comunque è problematico sostituire per una questione di costi e per una questione di compatibilità: cambiare il modulo di trasmissione Gprs di una centralina all’interno di un impianto idroelettrico vuol dire rimettere mano a un blocco di tecnologie che è nato quasi venti anni fa e ne deve durare ancora altrettanti. Sono in molti che remano contro.

Però, questa volta, la visione del settore è stata capace di coinvolgere molti degli attori del mercato della internet delle cose, e così al 3GPP si sono trovati grandi produttori di impianti industriali, il fiore della meccatronica, colossi come Airbus e Boeing. Tutti per cercare di capire, dare un contribuito, partecipare agli standard nascenti in un lasso di tempo adeguato che permettesse di studiare nuovi programmi industriali. Se coinvolte per tempo e rese capaci di disegnarselo un po’ su misura, le grandi aziende percepiscono il vantaggio di abbandonare il Gsm/Gprs per il 4G/5G, che offre maggiore stabilità e portata, minori consumi e costi.

Qualcomm, che in questo momento è impegnata sul triplo fronte delle cause con Apple e i suoi terzisti per il costo delle sue licenze, con gli antitrust di mezzo mondo per abuso di posizione dominante e con una scalata ostile da parte di Broadcom, continua a progettare il futuro. L’azienda ritiene di essere qualcosa di più che non un semplice produttore di chip, e che le sue tecnologie siano abilitanti. Manca però un quadro completo, una visione di prodotto e applicativa che renda davvero innovativo il lavoro di progettazione e concertazione degli standard del futuro al di là degli slogan come “il motore tecnologico per un mondo intelligente e iperconnesso”. Il dilemma amletico su dove si fermi l’innovazione e dove cominci l’esecuzione, dove l’artista poggi il pennello e dove invece l’ingegnere prenda il rapidograph è antica e non sarà certo composta nelle aule di tribunale.