Il dado è tratto per il Foia ma ora si tratta di farlo rotolare bene, per vincere davvero la partita della trasparenza nelle amministrazioni pubbliche. Passo fondamentale per un obiettivo più alto: la rinascita democratica di questo Paese grazie alla partecipazione attiva dei cittadini al cambiamento, anche per mezzo degli strumenti digitali.

Il testo del decreto sul Freedom of Information Act (frutto di una legge delega del Parlamento) è stato approvato in via definitiva, il 16 maggio, ma ora ci attendono i mesi dell’attuazione operativa, con gli ultimi dettagli da sistemare. A partire dall’attesa perché le amministrazioni siano a tutti gli effetti obbligate a rispettare il Foia: il decreto dà tempo sei mesi a partire dalla pubblicazione in Gazzetta Ufficiale (prevista a giorni, quando scriviamo).

Il bilancio, sebbene ancora parziale, è comunque positivo. Gli esperti giuristi sono grosso modo concordi: il testo definitivo del Foia  è stata una vittoria per chi si batteva per l’arrivo, anche in Italia, di questo diritto civico già comune negli altri Paesi occidentali.

È una vittoria, secondo le associazioni che si riuniscono sotto il cappello Foia4Italy, per due motivi.

Il primo, più scontato, è che alla fine il Governo ha accolto quasi tutti i rilievi critici fatti dal Parlamento e dal Consiglio di Stato sulla bozza del decreto. È così che Foia4Italy può finalmente affermare che l’Italia ha un Foia. Il secondo motivo è che con la battaglia del Foia la società civile è riuscita in una impresa non comune di questi tempi. Con un’azione collettiva, civica, dal basso (tramite diverse associazioni), ha mosso prima il Parlamento e poi il Governo per assicurare un nuovo diritto democratico; e con gli stessi strumenti è riuscita anche a parare il colpo dei burocrati che, nella bozza del decreto, avevano provato a fare un finto Foia.

Vediamo ora i prossimi passi, a partire dallo status quo.

Tra i punti principali nel nuovo testo: le amministrazioni dovranno sempre motivare il motivo dell’eventuale rifiuto; è gratuita la richiesta di accesso Foia, così come il decreto prevede canali gratuiti estragiudiziali per ricorrere contro amministrazioni che vi si oppongono.

Il nodo principale ancora da sciogliere è la lista delle eccezioni che consentiranno alle amministrazioni di rifiutare l’accesso. Le associazioni avrebbero voluto leggere le eccezioni nel testo del decreto, che invece rimanda a future linee guida dell’Anac. Nelle stesse linee guida ci saranno le penali per le amministrazioni inadempienti. C’è dibattito tra i giuristi su quanto potranno essere davvero cogenti queste linee guida, non essendo nella norma primaria. Il tutto rischia insomma di rivelarsi l’ennesima scappatoia con cui le PA possano continuare a garantire l’opacità delle proprie azioni.

La questione rientra nei temi della fase attuativa, quella con cui bisognerà accertarsi dell’efficacia reale del Foia. Il Governo, per bocca della ministra Marianna Madia, assicura che si avvarrà del ruolo delle associazioni anche in quella fase.

Sarà una sfida da vincere ora il monitoraggio civico sull’effettiva attuazione del Foia. Così come bisognerà lavorare per farlo conoscere ai cittadini (giornalisti e non solo), promuovendone il valore e l’utilità. È sempre in agguato il rischio che diventi un diritto inefficace perché poco esercitato. Come sempre, le norme sono solo pre-condizione di un cambiamento.

In altre parole, sarà necessario non dormire sugli allori. Assicurarsi che la battaglia del Foia non resti fine a sé stessa, ma sia solo il primo passo di una trasformazione importante: verso una fase in cui la società civile, operando dal basso e anche con gli strumenti dell’aggregazione digitale,  sarà in grado di incidere davvero sullo sviluppo democratico del Paese.