In ascolto del mercato. Partendo dalla rete. Oggi anche in Italia sempre più startup e Pmi innovative decidono di provare a scalare puntando su Internet. E quando la sfida viene accettata con successo dagli investitori digitali (ma in realtà molto reali) anche l’azienda può orientarsi verso mercati esteri, rafforzare la ricerca, accrescere la rete commerciale.

Scommesse imprenditoriali condivise: ecco la nuova frontiera del crowdfunding definito equity. Partito timidamente e migliorato nei regolamenti in Italia, oggi è una opportunità. Perché la partita va ben oltre l’investimento economico di breve periodo. Ne sono convinti anche gli analisti milanesi dell’Osservatorio Crowdinvesting del Politecnico. La loro fotografia aggiornata a pochi giorni fa registra quasi 18 milioni di euro di capitale di rischio raccolto dall’avvio della legge (a metà anno la cifra era a 12,4 milioni di euro): in Italia si contano 21 portali autorizzati per 143 offerte pubblicate, con un tasso di successo del 60.9% e un target medio di raccolta a poco più di 237mila euro. A puntare sull’equity nella “colletta online” sono ancora prevalentemente le startup con 122 offerte promosse, ma si iniziano ad affacciare anche le prime dodici Pmi innovative.

Da Bologna la rivoluzione del grafene

Produrre grafene a basso costo e impatto ambientale. Non un prodotto per ricercatori, ma adatto alle esigenze delle industrie. E’ questa l’idea imprenditoriale alla base di Graphene XT, realtà nata a Bologna e che oggi con le sue ricerche sta scalando il mondo, soprattutto i mercati orientali. E tra questi Taiwan.

La società è nata da un gruppo di amici di università. Il team è composto da cinque dipendenti e una decina di collaboratori esterni ed è basato all’università di Bologna, facoltà di Ingegneria e chimica dei materiali. «Il grafene attualmente è una nanotecnologia promettente: le scoperte potrebbero aprire nuovi mercati, diversi da quelli ipotizzati inizialmente. Noi con il contesto universitario facciamo tante collaborazioni, il mondo accademico resta un’eccellenza italiana», racconta Simone Ligi, 46enne ceo di Graphene XT, nato in Germania ma originario di Montefelcino, nell’entroterra tra Romagna e Marche, laurea in chimica industriale, dottorato e poi dieci anni in una multinazionale. «Dopo la chiusura dell’azienda per la quale lavoravo ho pensato di provare a darmi da fare creando io stesso un’impresa», racconta Ligi, in società con Gaetano Santucci, Mario Siniscalchi, Loris Giorgini.

Idea rivoluzionaria, perché il grafene registra la resistenza meccanica del diamante e la flessibilità della plastica. «Operiamo in una logica business to business. La produzione è nostra ma non facciamo vendita diretta e quindi i nostri clienti sono legati al packaging dell’elettronica».

Il team di ricercatori di Graphene XT
Il team di ricercatori di Graphene XT

L’equity per loro ha portato in dote molti più introiti di quanto si aspettassero: una raccolta da 830mila euro, anche se poi hanno accettato 530mila euro da 156 investitori. Ma oltre la cifra da segnalare c’è la relazione che si instaura con chi decide di dare fiducia all’azienda. «L’equity ci ha offerto quella liquidità che ci serviva per muoverci sul mercato e ci ha consentito di pensare più in grande», precisa Ligi. Che nota come tra ricercatori e addetti ai lavori emerga la necessità di realizzare qualcosa di dirompente e che abbia un grosso impatto sull’economia. «In tanti si chiedono quando finirà la crisi. E per molti questi avverrà quando noi ricercatori ci inventeremo qualcosa che rivoluzionerà il mercato».

Tecnologie sostenibili tra Roma e Trento

Una tecnologia acquisita in esclusiva per l’Europa dall’Università di Harvard. Partendo da un articolo scientifico pubblicato su Nature nel 2014. Atterra così in Italia un’idea all’avanguardia e sostenibile: la realizzazione di una batteria organica a flusso ricaricabile per l’accumulo di energia elettrica.

L’avventura imprenditoriale di Green Energy Storage registra per l’Italia il record assoluto di adesioni su Mamacrowd: 1,2 milioni di euro di raccolta. «Ma abbiamo deciso di chiudere l’aumento di capitale a un milione cedendo alla “folla” il 10%», precisa Rodolfo Pinto, 26enne nato a Roma e oggi basato a Bergamo, una laurea in giurisprudenza e oggi a capo della holding di famiglia che ha fondato Green Energy Storage, in team con Salvatore Pinto, Riccardo Goggi, Luigi Crema. Nel team quattro manager e oltre dieci ricercatori tra l’Università Tor Vergata di Roma e la Fondazione Bruno Kessler di Trento. I laboratori sono anche a Trento, ma l’impresa è partita proprio dall’Università di Roma Tor Vergata. «Abbiamo iniziato con esperimenti a piccola scala, ora per l’industrializzazione abbiamo spostato i laboratori in Fondazione».

Prodotto-Batteria-GES

Una tecnologia innovativa e che in fondo rappresenta anche una sfida inquadrabile nella nuova cultura di economia circolare. «Siamo in netta contrapposizione con il litio, che è solido e molto inquinante. Ed è un paradosso: si produce energia pulita attraverso fonti rinnovabili, ma si inquina per immagazzinarla, creando problemi ambientali anche in fase di estrazione nei Paesi dell’America del Sud, in quell’area che viene definita il “triangolo del litio”. Noi invece estraiamo dagli scarti del petrolio», precisa Pinto.

La compagine societaria dopo l’equity è molto varia: ci sono 290 investitori. «Questa esperienza ha rappresentato anche una condivisione di visione e di fatto la creazione del primo gruppo di ambasciatori del nostro brand. D’altronde il tema dei sistemi di accumulo legati alla sostenibilità ambientale si rafforza di fatto grazie alla community».

Il percorso imprenditoriale vive una crescita esponenziale: la partenza è stata con un milione di euro, poi altri 400mila euro da due investitori, ancora 2 milioni dall’Unione Europea per Horizon 2020 e 3 milioni dalla Provincia di Trento.

Oggi Green Energy Storage è licenziataria per l’Europa e dal 2018 saranno messe in commercio le prime batterie sui mercati europei. Come Europa siamo il primo player al mondo per i sistemi di accumulo, in un mercato del valore stimato tra i 200 e i 400 miliardi di dollari entro il 2021. E in questo ecosistema c’è l’Italia come eccellenza. «Abbiamo siglato accordi per testare la batteria in ambiente reale. Lo stiamo facendo con Sorgenia per l’Italia e con Romande Energie, ovvero la municipalizzata di Losanna».

Piattaforme smart dalla Murgia Valley

«Con questa operazione siamo andati a coinvolgere i nostri partner e abbiamo misurato il livello di apprezzamento. Ed è stata una soddisfazione riscontrare tanti investitori del Nord Italia che hanno deciso di puntare sulla nostra “Murgia Valley”». Così Roberto Calculli, 47enne ceo di The Digital Box, impresa dell’Ict e dell’intelligenza artificiale che ha chiuso un round da quasi 900mila euro grazie a 179 investitori.

Foto-The-Digital-Box

La società è nata quattro anni fa a Gravina di Puglia e oggi è presente a Barcellona e presto a Palo Alto, ha un fatturato di 3 milioni di euro con un previsionale per il 2017 a 6 milioni. Il team è composto da 70 eccellenze, per il 60% con competenze tecniche.

«La nostra idea iniziale era di raccogliere 300mila euro per sostenere l’espansione verso mercati esteri. Alla scadenza delle prime ventiquattr’ore i 300mila euro erano stati già raccolti», ricorda Calculli, che punta tutto sulla condivisione dell’impresa. «Abbiamo fatto crowdfunding per andare a coinvolgere partner italiani, cioè un concetto di condivisione con le agenzie che già ci comprano i nostri servizi. Anche per sondare il terreno sul grado di fiducia che hanno nei nostri confronti. Quindi di fatto abbiamo testato la temperatura attorno al nostro mercato e a noi in particolare»,

La compagine societaria conta sette fondatori e una vendita indiretta sul mercato grazie a partner strategici. «Il nostro prodotto di punta ha un nome femminile tutto italiano. Si chiama Ada, in onore della prima programmatrice della storia, Ada Lovelace. Si tratta di una innovatrice moderna: già nell’Ottocento aveva elaborato i primi modelli matematici, anni prima rispetto alle embrionali righe di codice».