Da più di dieci anni si parla di Open Innovation come soluzione per il mondo imprenditoriale globalizzato. L’idea di base è che un’impresa che si apre agli stimoli esterni garantisce maggiore efficienza (“fa meglio ciò che sa fare”) ed efficacia (“fa più facilmente cose nuove”); tuttavia definire, e soprattutto far funzionare, nella pratica una strategia aziendale del genere è assai più complesso.

«Nella “ricerca di ciò che ancora non c’è” conta innanzitutto l’inclusività» sottolinea Piero Formica, Senior Research Fellow all’Innovation Value Institute. «All’Ivi assumiamo persone con saperi diversi: dall’ingegnere all’esperto di Greco antico». Varietà di saperi e di esperienze corrisponde, dunque, anche a varietà di età anagrafiche. «Se in un’azienda – sostiene Carlo Pasqualetto, co-fondatore di Azzurro Digitale – affianchi i giovani agli imprenditori si genera un vantaggio reciproco: i giovani scoprono i bisogni del mercato e le aziende sono esposte a idee diverse».

Le Università sono chiaramente un luogo essenziale per questo incontro di saperi ma non bastano: servono altri spazi fisici che favoriscano la collaborazione tra imprese. Un esempio è il Parco scientifico tecnologico Como NExT che, aggregando un fronte variegato di imprese, ne agevola la contaminazione reciproca e favorisce la diffusione di innovazione all’esterno. «A questo fine – spiega il general manager Stefano Soliano – per noi è fondamentale stabilire un patto tra gli stakeholder del territorio, le camere di commercio, le istituzioni di categoria e il sistema universitario». Questo non vale solo per le imprese dalla grande potenza di fuoco, ma anche per le piccole imprese sociali. Nel raccontare l’esperienza di CoopUP, Letizia Piangerelli di Confcooperative – Emilia Romagna, rimarca come non servano grosse risorse per creare spazi di incubazione che favoriscano l’incontro e il dialogo tra le cooperative e le imprese radicate sul territorio.

Se infrastrutture e risorse non mancano perché allora l’open innovation non decolla ancora in Italia? Secondo Nicola Belli, Front end consumer & Product innovation director di Safilo, alla base vi è una sorta di blocco sociologico: «in Italia non riusciamo a innovare in maniera aperta perché siamo abituati a difendere più che a conquistare». I pericoli dell’apertura, soprattutto per le Pmi, sono certo da considerare: che fare se la condivisione di saperi e competenze diventa un vantaggio per l’impresa concorrente?   «Dobbiamo saper prendere dall’esterno ma anche essere gelosi di quello che sappiamo fare – rimarca Bruno Vianello, ceo di Texa – le imprese devono rimanere imprese e tutelare il loro know-how interno senza diluirsi».

Ma non tutti sono dello stesso avviso. Molto dipende da come percepiamo la la concorrenza: «All’Innovation Value Institute – sottolinea Formica – uniamo anche imprese concorrenti perché è proprio la competizione la molla per creare qualcosa di nuovo». «Open but controlled è il paradigma da seguire per far funzionare questa forma di co-competition – riassume Alberto Di Minin della Scuola Superiore Sant’Anna – Bisogna aprirsi alla contaminazione scegliendo però con attenzione i propri partner».

Se quindi non esiste un modello unico di governance che concili gli incentivi all’apertura con la necessità delle imprese di tutelarsi, l’unica soluzione è continuare a sperimentare: l’open innovation troverà da sé la propria strada.