Non ci siamo. Dov’è l’italia? Apriamo il “Mondo in cifre. Edizione 2014”, la pubblicazione dell’“Economist” che fotografa lo stato del mondo con una distesa di numeri e di indicatori. Una panoramica dallo spazio e poi uno zoom, nazione per nazione. Per quelli come me, i numeri colorano il mondo.  Sono un fisico delle particelle elementari e  la ricerca di base è il mio spazio, ho avuto la fortuna di crescere al Cern di Ginevra; ma da 15 anni ho spostato il mio baricentro verso la valorizzazione dei risultati della ricerca, la collaborazione industriale, l’innovazione.

Nella classifica dell’Economist secondo l’Indice dell’Innovazione, l’Italia nei primi  dieci posti non c’è. E  non appare nemmeno nella classifica dei primi 24. La Svizzera guida la classifica e nella top ten ci sono sei  nazioni europee. Nell’Innovation Union Scoreboard, voluto da Commissione Europea, che analizza i dettagli del processo innovativo in Europa,  nel gruppo di testa ci sono Svezia, Danimarca, Finlandia e Germania. Noi siamo in “serie C”, classificati come “modesti innovatori” insieme a Croazia, Cipro, Repubblica Ceca, Estonia, Grecia, Ungheria, Lituania, Malta, Polonia, Portogallo, Slovacchia e Spagna.

Nonostante il potenziale ci sia. In termini finanziari, siamo al 36° posto dell’ordinamento per prodotto interno lordo procapite. Ma, secondo i dati Istat, i nostri investimenti in Ricerca e Sviluppo (R&S) navigano intorno all’1 per cento. Tra le 10 nazioni più innovative, Israele, terzo, è al 39° posto per prodotto interno lordo ed investe il 4,38% in R&S; la Gran  Bretagna, decima, è al 36° e investe 1,77 per cento.  In termini di capacità di ricerca, non siamo messi male. Anzi. Secondo  l’Innovation Unione Scoreboard  per la qualità delle  pubblicazioni di ricerca, siamo al 158% della media europea. È solo uno dei parametri  ma indica  che, nonostante tutto, l’università e gli istituti di ricerca in Italia conseguono risultati di alta qualità.

Il meccanismo del processo innovativo è inceppato. Un altro dato, significativo: gli investimenti in “venture capital” in Italia sono al 25% della media europea. Ed una conseguenza: nell’indice di competitività economica, siamo al 43° posto. I top ten innovator sono entro i primi 25, cinque entro i primi dieci.

Se la sintomatologia è chiara e la diagnosi semplice, la terapia non è banale.  Aumentare gli investimenti pubblici che facciano da traino a quelli privati, prevedere agevolazioni fiscali per chi investe in R&S, implementare politiche di supporto alla protezione della proprietà intellettuale, facilitare la creazione di impresa, supportare la ricerca di base, aumentare la percentuale di ricercatori, premiare la qualità e il talento. L’elenco di possibili misure a supporto dell’innovazione potrebbe dilungarsi. Ma ciò nonostante, l’effetto potrebbe essere minimo se non scatta la convinzione collettiva che l’innovazione sia necessaria per il futuro del nostro paese. E se non si innesca un circolo virtuoso in cui attori privati e pubblici, imprese, università, centri ed istituti di ricerca imparano a collaborare. Con mutuo riconoscimento e rispetto delle parti, perché la collaborazione diventi un’opportunità e non una limitazione o un obbligo formale.

Ricominciamo da qui, riflettendo sul fatto che le vicende dell’impresa e della ricerca sono intrecciate in modo indissolubile; guardiamo agli Stati Uniti ma anche ai paesi scandinavi.