Detta così, la cifra fa impressione: 130mila studenti in aula. Come se le intere popolazioni di Ferrara, Sassari o Salerno si appostassero sul banco con appunti e laptop per un corso di informatica o letteratura classica. O è un esperimento da Guinness o si sta parlando di un qualsiasi “Mooc”: i massive online open courses, i corsi aperti e gratuiti che ampliano l’offerta delle università con una piattaforma di video-lezioni ad accesso libero. Gli studenti si registrano, controllano il fuso orario e seguono in streaming i moduli insegnati dall’altro lato dello schermo e, il più delle volte, di uno o due oceani.

I primi esperimenti sono scattati negli Usa, culla del fenomeno e dei sistemi esterni – come Coursera – che “ospitano” i moduli realizzati dai giganti in evoluzione di Ivy League e Business School: Harvard, dopo le ovvie barricate interne, ha aperto un vero e proprio canale integrativo (Harvard extension school) con seminari dalla “civilizzazione della Grecia antica” alla fisica, dal teatro shakesperiano alle trasformazioni socio-economiche della Cina.

I feedback non possono che essere eccellenti, nei numeri, ma il dubbio resta un altro: cosa si aggiunge e cosa si perde, in una didattica riprodotta in clip di 15-20 minuti senza confronto con i colleghi e chi siede in cattedra? La questione è in sospeso nei super college anglosassoni. A maggior ragione in Italia, dove i Mooc iniziano a far presa anche oltre la nicchia ristretta ed extra-accademica che li aveva recepiti dalla prima ora. Già noti al pubblico under 30 nella veste più informale dei tutorial di Coursera, le “lezioni online” hanno fatto la loro comparsa in poli come Sapienza e Bocconi: l’università della capitale ha aderito al circuito Coursera fin dal 2012, l’ateneo di via Sarfatti ha appena inaugurato un corso online in Financing and Investing Infrastructure con un boom di 16mila iscritti nelle sole fasi di registrazione. Non c’è ancora l’infrastruttura imbastita da colossi come l’Imperial College, la business school di Londra che offre interi programmi Mba in versione e-learning. Ma i rapporti sono meno collaudati e, ironizzano alcuni, se le tasse di iscrizione superano le 30mila sterline (è il caso dello stesso Imperial College) di “open” rischia di esserci ben poco. Tanto più che il principio, al di là dell’acronimo, sarebbe proprio la “democraticizzazione” di un sistema universitario con costi d’accesso sempre più elevati.

Pier Cesare Rivoltella, ordinario di Pedagogia alla Cattolica di Milano e fondatore del Cremit (Centro di Ricerca per l’Educazione ai Media, all’Informazione e alla Tecnologia), ribadisce la doppia connotazione dei Mooc: allargamento universale dell’istruzione o, all’estremo opposto, deriva di un sistema universitario che non resiste all’urto di internet: «Dal punto di vista del significato dei Mooc ci sono due letture – spiega Rivoltella – la prima è la democratizzazione dell’accesso all’istruzione superiore di qualità; la seconda, meno ottimistica, lega i Mooc alla progressiva perdita di interesse: i Mooc sono letti come forma sostitutiva, un “aggiramento” del problema di una formazione che non esercita più la sua influenza. E sul video è difficile riprodurre quello che si comunica in presenza».

E a proposito: si parla di “riproduzione” o innovazione di metodi, tempi, forme di apprendimento?  Secondo Luigi Proserpio, presidente di Beta (Bocconi Education and Teaching Alliance), l’equivoco più rischioso è confondere i Mooc con semplici “lezioni trasmesse” da un’aula al computer di casa: «Se noi imitiamo completamente una classe digitale potremmo fallire non appena ci muoviamo online – mette in chiaro Proserpio – Se invece creiamo un modello a sé, può funzionare. Come? Intervalli, script, quiz, i mezzi per l’interazione che non ci può essere nel vivo della lezione».  Alcuni si appigliano a un fattore che sembra generico, ma tanto generico non è: il “calore” della classe, l’interazione stimolante sulle questioni esposte in cattedra.

«Bisogna mantenere alto l’interesse delle lezioni, anche se sono asincrone. E a questo può servire la community, come i forum per discutere di quello che si è capito o non si è capito a  lezione: non alzi la mano al minuto 15 della lezione, alzi la mano (virtualmente) per commentare quello che è successo al minuto 15 – spiega Proserpio – È chiaro che è un’interattività diversa, va giocata sull’intelligenza dei test che si fanno, sul supporto che si fa, sui casi…». Il 40% degli iscritti ai Mooc di Harvard di area sanitaria ha conseguito (almeno) la laurea, con buoni tassi interni di dottorati o master di specializzazione. La selezione naturale è dovuta al brand, il blasone dell’università che si fa notare su curriculum e scatti di carriera. Ma se un pubblico sempre più largo cerca l’istruzione online, i Mooc possono incrociare esigenze diverse: aggiornamenti per professionisti, lezioni con orari più elastici per gli studenti lavoratori, “ripassi” su materie scientifiche come quelli offerti dal Politecnico di Milano su una piattaforma autonoma (www.pok.polimi.it): «L’uso che si fa finora è un po’ di marketing – evidenzia Rivoltella – Però i sintomi di crisi si avvertono, e noi come università dovremmo pensarci seriamente. I Mooc possono venire incontro a diverse esigenze».