C’è tutto sull’etichetta: sostenibilità, tracciabilità, trasparenza. Come la filiera che va dalle microimprese di tutta Italia ai colossi del fashion in passerella a Milano e New York. La moda italiana sposa l’ambiente, con lo studio di una produzione ecocompatibile che filtra sprechi, emissioni e qualità dei materiali. Come? “Impronte” green sui consumi di acqua e carbone timbrate dal Ministero dell’Ambiente, certificati di qualità sui singoli tasselli di produzione, circoli virtuosi che educano i clienti e prima ancora le imprese al vantaggio competitivo di linee di abbigliamento a impatto ridotto. E d’altro canto, se in ballo ci sono marchi come Gucci o Benetton l’interesse non può che essere in fermento.

Alcune strategie sono emerse a “Green Fashion – La moda sceglie l’ambiente”, il seminario organizzato a fine maggio dall’Ice con la collaborazione del Ministero dell’Ambiente e la partecipazione di Camera nazionale della Moda Italiana e Associazione Tessile e Salute. La strategia promossa dal ministero, nel dettaglio, prevede la valutazione dell’impronta ambientale dei prodotti con il doppio criterio di “carbon e water footprint”: le misurazioni di consumi d’acqua ed emissioni di gas a effetto serra. Il fashion inizia a rispondere, con tutto il peso di uno dei driver decisivi del Made in Italy nel mondo: sui più di 200 soggetti coinvolti, cinque (Gucci, Gruppo Benetton, Brunello Cucinelli, Cruciani, Lanificio Leo) sono protagonisti del settore.

Il tessile italiano si fa sinonimo di sostenibilità, e viceversa?  Di sicuro, la revisione ecologica di vecchi sistemi di produzione e distribuzione potrebbe smarcare le etichette italiane da una concorrenza estera che di “eco” ha poco o nulla. Tessile e Salute, nata nel 2001 come monitor su sicurezza e difesa del made in Italy, propone una vera e propria certificazione sui prodotti in commercio. I vantaggi del progetto? Il cliente è consapevole di quello che sta per comprare e indossare, l’azienda guadagna in competitività grazie a un attestato che prova “sul tessuto” sostenibilità, tracciabilità della filiera e «l’impegno profuso dal produttore (in termini di risorse dedicate ed investimenti tecnologici) allo scopo di realizzare un prodotto sicuro nel rispetto delle normative ambientali e non solo».

Se si parla di salute, comunque, la strada è lunga. Lo dicono i dati, tutt’altro che incoraggianti sul grado di selezione del materiale in commercio: il 15% dei capi è sprovvisto di un’etichetta sulla composizione fibrosa, il 7-8% delle patologie dermatologiche è imputabile ai vestiti che indossiamo, il 100% delle patologie stesse risale (non a caso) ad abbigliamento importato… Secondo Roberto Castellani, direttore del del tessile d’alta gamma Canepa Evolution, la moda avrebbe bisogno di criteri e ritmi propri: «Il mondo tessile è in una evoluzione troppo veloce: bisogna trovare una metodologia altrettanto rapida che ci permetta sia di rispettare le regole sia di vendere con la rapidità che ci richiede il mercato. Ci stiamo lavorando». L’azienda di San Fermo, nella provincia di Como, segue da vicino tutto quello che rigenera in chiave green il ciclo di produzione nel tessile.

Suo, ad esempio, “Savethewater”: un procedimento a base di chitosano che permette di ridurre fino a 12 volte il consumo di acqua, con sforbiciate del 70% degli agenti inquinanti e del 90% nel consumo di energia e nelle emissioni di CO2. Un’eccellenza tutta made in Italy. Ma i lavori sono appena iniziati: «Non basta un pannello fotovoltaico per essere ecologici. Bisogna rendere trasparenti le filiere e fare dell’ecologia seria e consapevole – spiega Castellani -. Dobbiamo smettere di produrre cose che ci ritroviamo nel mare, sulle spiagge, sulla terra, ovunque… Questo viene prima del business, ma può fare bene al business».