Là dove non arrivano i media tradizionali, ci pensano piattaforme e strumenti open-source e gratuiti pensati prima di tutto per informare il cittadino. Pensati per risolvere problemi più che per aggregare persone, i media civici si confermano come uno dei più vivaci laboratori per la progettazione e il test di tecnologie e interazioni che un giorno potrebbero venire adottati anche dai media mainstream più lungimiranti o da governi e amministrazioni locali.

Un esempio è Deepstream, una piattaforma open source per lo streaming di video, sia on demand che live, che è stata rapidamente adottata da giornalisti e organizzazioni di tutto il mondo. Le dirette video oggi abbondano ma spesso disorientano gli utenti perché non sono accompagnate da informazioni che aiutino a contestualizzarle e a renderne pienamente fruibile il senso. Deepstream crea quindi un nuovo livello di informazione che permette a chi aggrega i feed di spiegare cosa si sta vedendo. Una città può, per esempio, decidere di riunire il feed di diverse telecamere del traffico e commentarle in diretta, mentre una testata online può montare i video fatti dagli utenti in punti diversi della stessa manifestazione, creando una vista generale unica estremamente informativa.

Quanto questo approccio civico all’impiego delle tecnologie digitali possa essere produttivo anche nei paesi in via di sviluppo dove manca la banda larga lo dimostra l’ultima scommessa di CodeforAfrica, l’organizzazione nata sul modello di CodeforAmerica e guidata dal sudafricano Justin Arenstein, che ha lanciato innovateAfrica, un fondo da un milione di dollari che nei prossimi mesi finanzierà progetti di innovazione dei media digitali in tutto il continente con sostegni individuali variabili da 12.500 a 100.000 dollari. InnovateAfrica può sembrare una goccia nel mare di fronte a una popolazione complessiva di 1,1 miliardi, ma va considerato un primo ballon d’éssai che potrebbe presto aumentare di volume visto che tra gli investitori ci sono l’Omidyar Network creato da uno dei fondatori di Paypal, la Bill & Melinda Gates Foundation, il Ministero degli affari esteri francese, la Knight Foundation, il Media Development Investment Fund, il Global Editors’ Network (GEN) e la Banca Mondiale.

Un altro esperimento, partito in sordina nel 2010, ma che ha conquistato anche una menzione speciale ad Ars Electronica è Cronicas de Héroes, la versione messicana dello statunitense Hero Report. Le soluzioni che emergeranno in Africa, dove l’internet è essenzialmente la rete mobile, potrebbero rivelarsi esportabili anche nei paesi industrializzati visto che negli Usa, una persona su cinque accede alla rete quasi unicamente da dispositivi mobili. Lanciata a Ciudad Juarez, uno degli angoli più violenti del Paese, la piattaforma è un “crime-reporting” alla rovescia. Sulla sua mappa invece di crimini e delitti appaiono i racconti fatti dai cittadini o dai media degli atti di solidarietà e di sostegno che avvengono quotidianamente in città. Da quelli più semplici, come l’aiuto a ristrutturare un parco giochi, al soccorso a un passante in difficoltà. Il risultato è un racconto corale delle azioni positive che è alternativo alla cronaca tradizionale, dominata da storie di corruzione e di sangue, ma anche una mappatura che incoraggia le diverse comunità locali a confrontarsi sui progetti di sviluppo del proprio quartiere. Una delle novità più promettenti sia per chi produce o consuma informazione sono le piattaforme in grado di mappare e misurare analiticamente l’impatto o la diffusione di una notizia. Citybeat, lanciata da un gruppo di sviluppatori guidato da Raz Schwartz, permette ad esempio di localizzare e filtrare per tema o luogo di origine i tweet e post di una città, per meglio capire di cosa si parla e dove.

Un’altra piattaforma da tenere d’occhio è Media Cloud, nata dalla collaborazione tra il centro del Civic Media Lab de Mit di Boston e il Berkman center. La lezione più importante è, come ha sottolineato Ethan Zuckerman, direttore del Civic Media Lab de Mit di Boston, il doppio bilancio che devono avere i media d’informazione. «Uno è quello di sostenibilità economica, indispensabile per assicurarne la sopravvivenza nel lungo termine – spiega Zuckerman, grande critico di Facebook – l’altro è l’impatto civico che ne garantisce poi il radicamento nella società».