Network per collezionisti. App che trasformano lo smartphone in una guida interattiva. Software per la gestione di enti culturali, musei e scuole di danza. Se si parla di innovazione nel turismo, l’Italia registra una anomalia – del tutto positiva – rispetto alla media internazionale: l’attenzione degli startupper nostrani in ambito turistico si concentra sopratutto su arte e turismo culturale, con iniziative calibrate ad hoc per la valorizzazione del patrimonio storico della Penisola. Il problema? La vocazione delle neoimprese si scontra su modelli di business che fanno fatica, per ora, a reggere sul mercato.

La fotografia è emersa dalla ricerca «Le startup in ambito Arte e Turismo», curata dall’Osservatorio innovazione digitale nei beni e attività culturali del Politecnico di Milano in collaborazione con l’Osservatorio innovazione digitale nel turismo. Il fine del report, che sarà presentato il prossimo 19 gennaio, è di stabilire se il mondo delle startup possa fare da driver alla filiera del turismo italiano. Il risultato è sospeso: come spiega Eleonora Lorenzini, direttrice del Coordinamento della ricerca per l’Osservatorio innovazione digitale nei beni e nelle attività culturali, la spinta propositiva deve ancora concretizzarsi nella forma di «aziende sostenibili» sul medio periodo. «È un mercato che porta vantaggi a tutti perché rende più comunicabile il nostro patrimonio e consente di avvicinare il target di turisti più giovani e digitali – dice Lorenzini – Ma deve ancora svilupparsi e, per certi versi, farsi capire».

L’indagine si è svolta, in parallelo, tra due campioni distinti. Da un lato 334 startup finanziate su scala nazionale e internazionale negli ambiti di arte, turismo culturale e turismo, secondo i dati del portale Usa Crunchbase. Dall’altro 172 startup italiane, attive negli stessi settori e fondate tra 2013 e 2015. Il bilancio? Nonostante l’inferiorità numerica, l’Italia conta 105 startup di cultura e turismo culturale contro le 72 registrate nel paniere internazionale. Una differenza di concentrazione che si rispecchia, anche, in un legame diverso con il territorio e le sue potenzialità. Le neo-aziende italiane spingono su un’innovazione locale trainata da visite sul posto (31%) e guide digitali (25%) per la visita a città, musei e monumenti specifici. Le startup estere privilegiano modelli più monetizzabili, almeno sulla carta, come sistemi di prenotazione biglietti (39%) e crowdfunding per artisti (28%).

Qualche esempio “made in Italy”? Tra le case history segnalate dall’Osservatorio ci sono startup che offrono strumenti di certificazione elettronica per le opere d’arte (MyTemplArt), app che accompagnano i primi viaggi di turisti in Italia «con suggestioni emotive» (AppTripper), servizi che trasformano il proprio smartphone o tablet in una guida multimediale (smArt Travel) e software per la gestione di associazioni culturali e di teatro, musica, danza (SiparioPortal). Il valore aggiunto che le accomuna, spiega Lorenzini, sta nel «comunicare meglio il territorio» e raccontare il patrimonio con una «chiave digitale» che non si limita al mezzo. Potenziare la propria comunicazione su Web e il mobile significa aprirsi al target di visitatori più giovani, abituati a leggere, informarsi e fare prenotazioni dal proprio smartphone. «E questo non può che avere ricadute positive sul territorio, oltre a sostenere le istituzioni che già si occupano del patrimonio locale» dice Lorenzini. A proposito di territorio: sempre secondo l’indagine, la distribuzione geografica delle startup italiane di arte e cultura rispecchia la fisionomia più generale del mercato. Tra le città primeggiano Milano (35), Roma (17), Torino (7) e Napoli (6), mentre la regione più fertile si conferma la Lombardia con il 30% delle startup (il Lazio è fermo al 15%).

I numeri d’insieme, però, non eludono l’ostacolo di partenza: la sostenibilità economica della filiera. In una ricerca parallela, l’Osservatorio ha provato a quantificare i ritorni economici delle aziende censite nei filoni di cultura e turismo culturale. «E i risultati sono talmente bassi che si fa fatica a citarli», ammette Lorenzini spiegando che il fatturato medio viaggia su valori minimi e quasi sempre lontani dal pareggio. La situazione riflette, in parte, un settore che rischia di essere monopolizzato dalle grandi Internet company nei settori più redditizi (come la vendita di biglietti online o l’organizzazione di pacchetti turistici a basso costo).

L’altro scoglio, però, è tutto italiano: la diffidenza di imprenditori e istituzioni per il digitale e l’innovazione, tanto più sentita in un mercato che non vanta ancora successi e round miliardari come l’Ict o il biomedicale. Non è facile spiegare i vantaggi del turismo culturale innovativo, se non ci sono dati freschi da offrire. «Non essendo un mercato sviluppato e non essendoci consapevolezza, istituzioni e imprenditori tendono a essere un po’ titubanti – spiega Lorenzini – Ci vorrà il suo tempo. E l’Osservatorio è nato proprio per questo».