A scorrere con lo sguardo l’indice di progresso sociale l’Italia è 31esima su 133 paesi. Non male. Parte alta – verde – della classifica mondiale. “Mi dispiace, è triste dirlo – dice l’economista Michael Green, con un pacato tono, che non vuole deludere le aspettative ma non può eludure i fatti – Se paragonata a paesi simili in termini di prodotto interno lordo, l’Italia ha una performonce debole in termini sociali”. E il direttore del Social Progress Imperative, che da due anni lavora sulla diffusione dell’indice, sciorina uno dopo l’altro i nostri punti deboli: sicurezza personale, violenza, accesso all’informazione e alle comunicazioni, ambiente, istruzione avanzata ecc. Questi indicatori rendono il risultato inferiore a paesi con un Pil procapite paragonabile come Belgio, Canada, Danimarca, Finlandia, Nuova Zelanda, Giappone, Gran Bretagna, Spagna e altri.

Michael Green presenterà per la prima volta in Italia a luglio – al Social Enterprise World Forum -, l’indice il social progress index (Spi) che ha messo a punto insieme a Michael Porter dell’Harvard Business School, a Matthew Bishop e ad altri economisti. Consapevoli che il Pil non è più lo strumento che – da solo – possa guidare i paesi nelle scelte per il futuro. “La questione è diventata  più urgente con la crisi iniziata nel 2008 – spiega Green – e la nostra idea ha via via trovato sostegno tra gli economisti e poi nelle istituzioni”.

Lo Spi non vuole sostituire il Pil ma vuole integrarlo con 52 indicatori sociali e ambientali raggruppati in tre categorie: i bisogni primari (casa, accesso ai servici igienici), il benessere (cure mediche,  ambiente ecc), diritti (dall’istruzione avanzata alla tolleranza). “Lo Spi è complementare rispetto al Pil, e proprio per questo – spiega Green – è facile da usare per i governi. Semplicente: Spi più Pil uguale crescita inclusiva”. Secondo Green il mondo è pronto per discutere la definizione di progresso, a seguito della crisi finanziaria, delle crescenti disuguaglianze, delle rivolte sociali dopo la Primavera araba, e del consumo delle risorse ambientali.

Ad oggi ci sono 21 progetti in 10 paesi dell’America Latina: in Paraguay il governo ha integrato lo Spi nel piano di sviluppo nazionale, in Brasile l’indice è usato da società come Coca Cola e Natura, in Colombia è usato dalle città. Negli Stati Uniti è stata appena annunciata la partnership con il Michigan per supportare le scelte dei governi urbani di città come Detroit. In Europa gli esperti del Social Progress Imperative stanno lavorando con la Commissione europea per produrre uno Spi a livello di macro-regioni. Una prima versione sarà presentata in autunno. “Il lavoro principale è selezionare di volta in volta i dati che meglio rispondono agli indicatori – spiega Green – perché chiaramente non ci sono standard e la disponibilità cambia molto da contesto a contesto”.

Negli ultimi anni si sono moltiplicati gli indici di misurazione dei paesi, come l’indice di sviluppo umano (human development Index) delle Nazioni Unite o il Better Life Index  dell’Ocse, che è appena stato aggiornato. “Questi indici mixano indicatori sociali ed economici, cosa che non fa il nostro Spi – puntualizza Green –  E questo è il motivo per cui lo Spi è complementare al Pil”.

Al Social enterprise world forum che si terrà a Milano dal 1 al 3 luglio  – organizzato da Fondazione Acra-Ccs –  interverranno imprenditori sociali come il premio Nobel Muhammed Yunus ideatore del microcredito, Peter Holbrook, amministratore delegato di Social Enterprise Uk, Jack Sim fondatore della World Toilet Organization, network di 200 organizzazioni che diffondono pratiche igieniche tra le fasce della popolazione a basso reddito,  Harish Hande vincitore del Ramon Magsaysay Award considerato alla stregua di un premio Nobel per l’Asia. Sono previste sessioni plenarie e workshop organizzati in parallelo su quattro tematiche: l’ecosistema che promuove l’Impresa Sociale,  l’ impresa sociale contro la povertà,   impact Investing, nutrire il pianeta.