Sono 110mila i ragazzi tra 18 e 24 anni che l’anno scorso risultavano aver abbandonato in anticipo il percorso scolastico, ragazzi e ragazze che si sono fermati alla terza media e che erano esclusi da qualsiasi altro percorso formativo. Una quota di early leavers decisamente alta, pari al 17% di questa fascia d’età, concentrati soprattutto al Sud (19,4%) con un picco del 22,2% in Campania.

E’ un problema sentito dappertutto, tanto che negli Stati Uniti si tentano anche soluzioni finanziarie, fatte di bond con interessi legati all’efficacia degli interventi. In Italia si sono sviluppati piani diversi. Save the children ha fatto proprio in questi giorni il bilancio del suo progetto Fuoriclasse, avviato due anni fa a Napoli, Scalea e Crotone (ora esteso anche a Milano e Bari), per contrastare la dispersione scolastica. Un intervento che ha interessato direttamente 750 bambini del biennio finale della scuola primaria (4-5a elementare) e della scuola secondaria inferiore (2-3a media), ma che nel complesso ha coinvolto oltre 4mila ragazzi, insieme a 300 docenti.

Il lavoro di una trentina di operatori di Save the children, sostenuti da molti volontari, è partito dal recupero dei ragazzi, rivalutati come soggetti con risorse proprie da scoprire e non come problemi da risolvere. Da qui si è partiti per ricostruire un tessuto sociale più favorevole allo svolgimento di attività educative, ristabilire le norme di comportamento essenziali per l’integrazione nei percorsi scolastici e per rafforzare la motivazione degli studenti supportandone i processi di apprendimento. “L’obiettivo del contrasto della partecipazione scolastica parte dalla stimolazione della partecipazione attiva dei ragazzi e dall’ascolto da parte dgli adulti – spiega Francesca Giolivo, operatrice e referente per le attività su Napoli di Fuoriclasse -: al di là dei risultati concreti sulla dispersione scolastica, quello che è stato fondamentale è stato rendere i ragazzi consapevoli della loro capacità di “prendere la parola”, non solo in termini di semplice restituzione della lezione al professore, ma di poter intervenire sui problemi che li riguardano”. L’intervento parte così dall’analisi del fenomeno della dispersione fatta direttamente insieme ai ragazzi e a esercizi di partecipazione tramite consigli consultivi, durante i quali bambini e docenti affrontano problemi e urgenze, “anche i più concreti, come le pedane per i disabili o le infrastrutture”. Parallelamente, prosegue Francesca, “i docenti sono chiamati a un ruolo decisivo di coprogettazione dell’intervento, anche in corso d’opera, e di affiacamento dei ragazzi con modalità nuove che presuppongono il riconoscimento dei talenti individuali di ciascuno”.

Gli stumenti? Evidentemente non solo i classici libri o la tradizonale lezione frontale. Anzi! Innanzitutto il ricorso alla laboratorietà entrata di prepotenza nell’orario currriculare: i bambini sono stati chiamati a realizzare prodotti di comunicazione, come, per esempio, un gioco su Napoli e sulla loro realtà quotidiana fatto sulla base di contenuti legati alla scuola. Oppure una videoinchiesta sulla dispersione organizzata a Napoli (un’altra è stata realizzata a Scalea) dai ragazzi che ha permesso, a partire dall’organizzazione del lavoro, di evidenziare i ruoli e le capacità di ciascuno. Come quel ragazzo che, rimasto sempre escluso in un angolo, è diventato protagonista come intervistatore d’eccezione.  Utili al coinvolgimento sono risultati anche i campi estivi, in aree splendide come il Cilento o la Sila, basati sulle attività a contatto della natura, una realtà nuova per ragazzi fortemente inurbati. E poi Fuoriclasse ha utilizzato anche la peer education, prevedendo la presentazione e le trasmissione dei lavori ai loro compagni delle altre classi, anche in questo caso rendendo i ragazzi artefici del lavoro e della conoscenza.

Insomma, una scuola inclusiva può partire solo dal riconoscimento agli studenti del ruolo di protagonsita del proprio apprendimento e della trasmissione del sapere. Una trasformazione che risulta facilitata dagli strumenti classici dell’educazione informale, come quelli a cui ha fatto ricorso il progetto Furiclasse, ma che possono poi essere adattati anche all’istruzione scolastica formale. Il progetto non ha in effetti potuto ignorare lo studio tradizionale approtando anche un un doposcuola e un piano di supporto scolastico. Ma è l’intera didattica che può essere trasformata partendo da un rapporto nuovo tra docente e studente.

Per la prima volta un progetto di questo genere è stato valutato nei suoi risultati effettivi da un ente esterno, la Fondazione Agnelli: “Il programma ha prodotto risultati lusinghieri e per nulla scontati, data la criticità degli ambiti d’intervento”, commenta Andrea Gavosto, direttore della Fondazione. Sottolineando come, particolare non secondario di questi tempi, i risultati sono stati ottenuti con una spesa di circa 350 euro l’anno per studente, “una cifra contenuta e significativamente inferiore a quella sostenuta per analoghi interventi svolti negli anni scorsi”.