Un vaccino contro Ebola. Anche questo, se tutto va bene, sarà un frutto di Horizon 2020. Un frutto che, per una parte importante, sarà italiano. Il consorzio guidato dalla Sclavo Vaccine Association di Siena, coordinato da Donata Medaglini, docente dell’Università della stessa città, nel quale sono presenti 12 partner, tra centri di ricerca pubblici e privati e aziende di sette paesi europei e degli Stati Uniti, ha infatti appena vinto un finanziamento da 3,9 milioni di euro per condurre i test per la risposta immunitaria a uno dei tre vaccini sponsorizzati dall’Oms, quello dell’americana NewLink Genetic (di prossima acquisizione da parte di Merck), al momento in fase di sperimentazione clinica I/II in alcuni paesi africani e in Svizzera.

I fondi ottenuti provengono dalla Innovative medicine initiative, il programma europeo incentrato sullo sviluppo di farmaci innovativi, che a novembre ha lanciato il programma Ebola+ , e stanziato 215 milioni di euro, parte dei quali provenienti da Horizon 2020, appunto, e parte dalla European Federation of Pharmaceutical Industries and Associations (Efpia). Oltre a ciò, la Direzione generale Ricerca e innovazione della Commissione Europea  ha finanziato altri sette progetti, di cui 5 con fondi Horizon2020, per un totale di 15 sostenuti più o meno integralmente dal programma.

Per quanto riguarda i grant Imi, tutto è avvenuto in tempi record: pochi giorni di bando e, dopo poche settimane, i risultati: otto i progetti selezionati, di cui tre sullo sviluppo di un vaccino, uno sulle strutture dove produrlo (che devono avere i requisiti necessari in termini di biohazard), uno sulla compliance, cioè sull’effettiva adesione dei pazienti allo schema di vaccinazione, tre su test diagnostici rapidi, che possano dare risposte sulla presenza del virus in 15 minuti.

Uno dei tre progetti approvati è appunto quello coordinato da Siena, Vsv-Ebovac, sul vaccino chiamato Vsv-Zebov, sviluppato con il patrocinio di Public la Health Agency of Canada, che partirà all’inizio di febbraio; spiega Donata Medaglini: “Il vaccino prevede l’impiego del virus della stomatite vescicolare modificato per contenere una porzione di un gene del virus Ebola del ceppo chiamato Zaire; la parte assegnata a noi riguarda lo studio della risposta immunitaria, condotto con tecnologie molto avanzate tra cui l’analisi del trascriptoma delle cellule del sistema immunitario, per un periodo di tre anni, dal prossimo febbraio a marzo 2018”.

La scelta di Siena, per studi così importanti, non è casuale: nella città del Palio, infatti, la competenza in ambito vaccinologico è cresciuta fino a diventare un’eccellenza nazionale e non solo, e ha dato vita a molte piccole aziende che affiancano Novartis, che ha comprato l’ex istituto Sclavo, poi Chiron, nel 2006 e che nei mesi scorsi, dopo l’ultimo successo del vaccino contro la meningite B, ha venduto a GlaxoSmithKline il settore vaccini. E’ anche grazie all’esperienza maturata e alla collaborazione tra enti diversi quali università e Sclavo Vaccines Association che Siena, e l’Italia con essa, si è aggiudicata il finanziamento.

Ma i vaccini in corsa con la benedizione dell’Oms sono altri due, oltre a Vsv-Zebov: uno sviluppato da GlaxoSmithKline insieme con lo US National Institute of Allergy and Infectious Diseases, e l’ultimo arrivato, il vaccino studiato da Johnson & Johnson, supportato dalle agenzie sanitarie e università britanniche, ai nastri di partenza delle prime fasi della sperimentazione clinica. I vaccini differiscono per il vettore virale (adenovirus e poxvirus nei vaccini diversi da quello studiato a Siena) e per il sistema di stimolazione della risposta immunitaria (in uno o più somministrazioni).

Ma il via libera da Bruxelles arriva anche per il progetto Indigo-Datacloud (che si rifà al modello del Cloud computing) guidato dall’Infn, con un finanziamento di 11 milioni di euro. Principal investigator è l’italiano Davide Salomoni dell’Infn-Cnaf di Bologna. “Per la prima volta 22 istituzioni scientifiche di primo piano e 4 grandi aziende degli 11 paesi coinvolti si sono associati, collegando i principali sviluppatori e provider europei per realizzare una piattaforma Cloud che risponda alle esigenze specifiche di ricercatori in un ampio spettro di discipline» spiega l’Infn. Indigo ha come partner industriali quatto grandi aziende europee dell’Ict: l’italiana Santer Reply, la tedesca T-Systems, la multinazionale Atos e la spagnola Indra. Il mondo della ricerca europea lavora in realtà da molti anni alla costruzione di un’infrastruttura di calcolo distribuita e condivisa, la European Grid Infrastructure-Egi, che interconnette attraverso tecnologie di Grid Computing centinaia di centri di calcolo in tutta Europa e che è stata realizzata per immagazzinare, distribuire e analizzare, tra gli altri, i centinaia di milioni di Gigabyte di dati scientifici prodotti dal Large Hadron Collider (Lhc) del Cern, la più grande macchina per la scienza mai costruita dall’uomo”.