«Sono un essere umano, non un algoritmo». Ha fatto il giro del mondo la mail che Kristy Milland ha deciso di scrivere al Ceo di Amazon, Jeff Bezos. Questa trentacinquenne canadese opera su quello che ancora oggi robot e software non riescono a fare in modo competitivo: in remoto personalizza le descrizioni di un prodotto o seleziona le migliori foto per le gallery di un negozio. Ha pensato di farsi sentire, stanca di lavorare per poche decine di euro al giorno.
Il mondo dell’economia digitale visto da Milland è diverso da come lo viviamo noi. Il lato oscuro della sharing economy, ha titolato lo scorso anno il New York Times. Lanciando un allarme: con l’aumento degli affitti e la stagnazione dei salari non si riescono a sostenere appartamenti trasformati in hotel. L’autorevole testata se la prende con AirBnb, che rappresenta il 17,2% dell’offerta ricettiva totale di New York, l’11,9% di Parigi e il 10,4% di Londra. Oggi il numero di stanze disponibili si aggira sul milione di unità, arrivando di fatto a imporsi su colossi come Hilton o Marriot.
Ecco l’altra faccia della sharing economy, popolata da mercati virtuali per bisogni reali con lavoratori a metà strada tra reale e virtuale. E con piattaforme digitali definite dall’editorialista di Forbes Greg Satell come «burocrazie dell’età interconnessa».
«Ma quale lato oscuro? Dobbiamo parlare di condizioni abilitanti: nella sharing economy sono impliciti i cambiamenti dai vincoli organizzativi. Si tratta di un modo diverso per organizzare il lavoro», afferma Carlo Alberto Carnevale Maffè, docente dell’Università Bocconi. Che ribalta il concetto. «L’eccessiva burocrazia crea ostacoli».
Intanto un rapporto di Barclays descrive i rischi di questo mercato che genera precarietà e monopoli, arrivando a profetizzarne un collasso. L’ambito automobilistico vedrebbe ridursi il parco macchine del 60% con un -40% sulla domanda di nuove vetture. Perché – come afferma il rapporto – ogni auto in sharing ne rimpiazza da 9 a 18 possedute. Oggi la sharing economy si attesta sui 12,7 miliardi di dollari, ma PwC stima che il fatturato crescerà fino 335 miliardi di dollari nei prossimi dieci anni nei settori finanza, online staffing, car sharing, streaming di musica e video, ospitalità.
A rischio la generazione “1099 economy”, così ribattezzata Oltreoceano per via del modulo fiscale dedicato: oggi il 34% della forza lavoro è freelance, con una previsione del 40% entro il 2020. Uno studio promosso da Request for startup ha provato a raccontare questi lavoratori. Smentendo una survey interna condotta da Uber. I ricercatori di Request for startup evidenziano l’attrattività di questa flessibilità, ma anche i rischi connessi: questi lavori – che coinvolgono per il 72% uomini, per il 64% persone sotto i 34 anni d’età e al 65% single – sono considerati temporanei per il 44% ed economicamente insostenibili per il 42 per cento.
La soluzione? Creare degli anti-Uber. «L’unico modo per i lavoratori autonomi di beneficiare realmente dalle piattaforme digitali che utilizzano il loro lavoro è arrivare a possedere le piattaforme stesse, costituendo cooperative di proprietà di liberi professionisti e sfidando aziende come Uber e AirBnb», ha affermato l’avvocato Janelle Orsi. Di tutt’altro avviso è Carnevale Maffè. «Il lavoro autonomo con internet non lo hanno inventato Uber o Airbnb: dai tempi di Linux – 25 anni fa – c’erano modelli organizzativi distribuiti, quindi contratti senza vincoli di subordinazione. Stiamo parlando di nuove categorie di lavoratori».
Rappresentanza e organismi di categoria diventano liquidi, flessibili, reticolari. «Nasceranno cluster di persone che acquisteranno poteri dal proprio insieme organizzativo: cooperative, gruppi di interesse, addirittura sindacati. Ma la rappresentanza richiederà massa critica di lavoratori e dimensioni economiche consistenti». Il vero lato oscuro coinvolgerà semmai i colletti bianchi, perché – secondo Carnevale Maffè – il grande assente da questo dibattito è il manager, che viene rimpiazzato da modelli di coordinamento standard. «Siamo alla fine delle asimmetrie informative, senza le intermediazioni organizzative precedenti. La tecnologia mobile diventa un sostituto di trasferimento lavorativo tradizionale, perché uno smartphone oggi sintetizza tutto. E migliaia di fonti di controllo sociale fanno sì che la fiducia passa per protocolli digitali, facendo collassare le figure intermedie». Così il mercato detta legge. Fino a quando la politica non entra nell’agone digitale. Proprio come sta provando a fare anche in Italia.