Non ci sono stati morti né feriti tra Micigliano e Cittareale. Ma il terremoto del 24 agosto scorso ha sconvolto profondamente questi minuscoli comuni del Lazio, vicino ad Accumoli e Amatrice. Il sisma ha accelerato i segnali di reazione. Un gruppo di cittadini ha deciso di mettersi assieme per ricostruire un’economia che, se prima era fragile e viveva dell’indotto di Amatrice, dopo il terremoto rischiava di soccombere. Così la popolazione locale ha cambiato passo ed entro Natale dovrebbe nascere la prima cooperativa di comunità nella zona del cratere del sisma. Con l’intento di prendere in gestione i servizi comunali e poi recuperare le produzioni locali: la gestione dei castagneti (il Marrone Antrodocano) e l’allevamento della Chianina. Ci sono già decine di persone interessate e ci crede anche Conserve Italia che fornisce il sostegno economico.
La reazione allo shock
Ma il terremoto – che, nei giorni scorsi, ha ferito ancora il Centro Italia – è solo uno dei tanti shock che mettono alla prova le aree interne del paese, aree estese sul 60% della penisola ma abitate da appena un quarto della popolazione italiana. Shock a cui comunità sempre più resilienti cercano di rispondere. Con il recupero delle culture tradizionali. Con i giovani che decidono di ritornare alla terra, magari rinunciando a un lavoro sottopagato in città. Con forme organizzative come le cooperative di comunità, che nate decenni fa, si stanno diffondendo in tutto il paese. «L’impoverimento dei contesti e la crisi economica ha generato tanta vitalità – spiega Giovanni Teneggi direttore di Confcooperative per l’Appennino Reggiano dove sono nate esperienze storiche – Le coop di comunità hanno risposto ai bisogni collettivi, rigenerando territori, economie e relazioni».
Lo spopolamento delle aree interne
Il caso, conosciuto fino in Giappone, è quello di Succiso sull’Appennino Tosco-Emiliano. Il paesino, messo alla prova prima dalle frane e poi dallo spopolamento, non si è arreso alla chiusura dell’ultimo bar. E 25 anni fa ha invertito la rotta con la forza di volontà di quattro giovani che via via hanno coinvolto la cittadinanza. La cooperativa di comunità La valle dei Cavalieri (33 soci su una sessantina di abitanti stabili) oggi ha anche un agriturismo, un ristorante con camere, un allevamento di pecore con vendita di pecorino Dop e gestisce il primo centro visite del parco regionale Il Gigante. Non solo. Ha acquistato un pulmino per il trasporto scolastico, il rifornimento dei medicinali per gli anziani.
Turismo e ambiente
Nella vicina Cerreto Alpi e a Trate in provincia di Bergamo le comunità locali hanno puntato sul turismo ambientale. Nel primo caso grazie alla convenzione con il Parco dell’Appennino, nel secondo con un progetto di appropriazione del Bioparco da destinare al turismo, soprattutto scolastico. Con il declino delle terme di Gaverina l’economia locale era a terra. Un gruppo di persone del piccolo borgo di Trate con esperienze legate alla valorizzazione del territorio ha conferito i propri terreni e intrapreso un’attività agricola, ha avuto in gestione alcuni servizi pubblici e promosso l’inserimento lavorativo di persone svantaggiate. Non solo, da un paio di anni ha messo assieme in un partenariato tutti i 16 Comuni della Val Cavallina nel progetto del Bioparco, per il turismo sostenibile e all’educazione ambientale. «L’anno scorso, con le scuole, sono arrivati 700 bambini, per quest’anno ne prevediamo circa 1.200 » spiega Lodovico Patelli, presidente della cooperativa L’innesto (140 soci circa), che oltre ad aver acquistato l’area ha recuperato il Borgo Antico, ha messo la zona in sicurezza e allestito le strutture ricettive. Il tutto investendo 2,2 milioni di euro dai soci della coop, la Regione e un prestito di Coopfond. Se le cose proseguono così tra 3-5 anni si avrà il rientro dell’investimento.
Le coop di paese come modello
«Il paese riparte se i territori si rimettono in moto. Le cooperative fanno quello che gli chiede di fare l’articolo 45 della Costituzione: svolgere una funzione sociale prima che economica. – afferma Maurizio Gardini, presidente di Confcooperative che, insieme a Legacoop, ha commissionato a un’équipe tecnica lo «Studio di fattibilità per lo sviluppo delle cooperative di comunità» per il Ministero per lo sviluppo economico su incarico di Invitalia e che sarà presentato alla Scuola delle cooperative di comunità (Succiso, 11 e 12 novembre). «Le cooperative di comunità svolgono un’azione multifunzionale che la normativa oggi, però, non premia, ma addirittura penalizza tagliandole fuori da ogni misura di autorizzazioni, sostegni e incentivi – aggiunge Gardini -. Questa multifunzionalità della cooperativa di comunità, che si occupa di tutto dal primario al terziario, genera lavoro, eroga servizi e svolge un’azione sussidiaria di welfare, è senza dubbio un’azione da incentivare».
La via urbana
Tutte queste esperienze nascono in contesti di difficile accessibilità e in condizioni di shock. Potrebbero essere e replicati in altre aree del paese in maniera più sistematica? Potrebbero essere adattate a contesti diversi come i contesti urbani, che vivono fenemeni di degrado? Lo studio di fattibilità ripercorre – dati alla mano – la storia della cooperativa La Paranza di Napoli. Che fa ben sperare. Non solo le antiche catacombe recuperate e riaperte attirano 70mila visitatori all’anno, in continua crescita – con beneficio sull’occupazione – ma tutto il rione Sanità ne trae vantaggio, vivendo in questi anni una presa di coscienza collettiva. «Non abbiamo voluto enti pubblici come soci proprio per ribadire la nostra autonomia come comunità» spiega Mario Cappella, direttore della Fondazione San Gennaro, sorta proprio dalla volontà di operatori economici del quartiere, privati cittadini e aziende per «incentivare l’infrastrutturazione sociale di tutto il quartiere», aggiunge Cappella. E che assieme alla Fondazione per il Sud punta a raccogliere e investire 5 milioni di euro in 10 anni. Hanno già promosso Sanità Ensemble, orchestra sinfonica dei bambini del quartiere adottando il “sistema Abreau” che in Venezuela ha sottratto migliaia di giovani dall’influenza delle bande criminali. E, ancora, stanno mettendo in rete tutti i servizi educativi scolastici ed extrascolastici del quartiere.
Da spazi a luoghi
Mentre a Napoli la cooperativa argina il degrado del quartiere, a Perugia la riapertura del Cinema Postmodernissimo ha rianimato il centro storico con un ricco cartellone di iniziative culturali e il coinvolgimento di tutta la comunità sia nell’ideazione che nel finanziamento, attraverso il crowdfunding. «Vediamo che in queste esperienze urbane l’asset è uno spazio, un bene che viene trasformato in un luogo attraverso la presa in carico della comunità – osserva Paolo Venturi, direttore di Aiccon che ha partecipato allo studio – producendo valore economico e sociale».E cita il fenomeno recente degli artigiani di quartiere, i micro-distretti, l’agricoltura urbana, il food, tutti ambiti con una vocazione esperienziale forte. «Il punto però è che non si tratta di semplici associazioni. Dietro queste esperienze cooperative c’è la volontà delle comunità di investire – osserva Venturi – Sono infrastrutture intenzionalmente imprenditoriali che si offrono come piattaforme dello sviluppo del territorio, creando economia e occupazione».
Ora resta da capire come i territori – ciascuno diverso dall’altro – sapranno comprendere come esprimersi guardando alle proprie potenzialità.