Acqua potabile, fonti irrigue, serbatoi per l’industria e gli ospedali. Le applicazioni variano, ma l’origine è la stessa: l’aria. Dalla California alla Svizzera, si stanno moltiplicando le sperimentazioni industriali sugli atmospheric water generator, le tecnologie che sfruttano l’umidità dell’atmosfera per generare risorse idriche. Il fenomeno non è nuovo, anche dalla prospettiva – più delicata – della produzione di acqua per il solo consumo umano. Negli ultimi anni sono emersi macchinari di varia dimensione e varie destinazioni, con capacità produttive che spaziano dall’equivalente di una manciata di bottiglie ai 10mila litri al giorno. E ora, con il volano Expo, la ricerca si allarga in più direzioni: l’installazione di sistemi integrati con condizionamento e riscaldamento, il ruolo negli smart building, l’adozione di energie rinnovabili.

Il meccanismo è collaudato: l’aria viene refrigerata, condensata e raccolta come acqua. Il passo in avanti sta nella potabilizzazione, che permette di consumare e distribuire le risorse idriche “catturate” dall’umidità. Qualche esempio, solo per restare tra i marchi più noti? Negli Stati Uniti c’è il caso di Ecoloblue, azienda californiana che realizza da otto anni “water generator” su tutta la scala: dai modelli domestici da 30 litri al giorno agli impianti industriali con potenziale da quasi 10mila. In Europa si sta parlando di Seas (Société de l’Eau Aérienne Suisse), la startup svizzera che ha appena presentato a Expo il suo sistema Awa Module: Air to Water to Air, una tecnologia capace di produrre, a seconda delle impostazioni, dai 2.500 ai 10mila litri al giorno. L’acqua raccolta passa per un processo di sanificazione e mineralizzazione che ne aumenta la qualità fino a renderla pronta al consumo.  Come ci spiega Lucia Cattani, di Seas, «il processo permette di creare acqua dall’aria e portarla dove non c’è. Insomma, generare acqua e distribuirla senza i – ben più costosi – processi di trasporto». In prospettiva, le destinazioni sono due: «Dove c’è la possibilità, si possono creare stabilimenti di grande dimensioni, delle “fabbriche dell’acqua”. Altrimenti trasportare i macchinari nelle zone di emergenze e fornire acqua dove non ce n’è».

Acqua da bere. E come risorsa energetica, perché gli ultimi sviluppi stanno spingendo sulla multifunzionalità del processo di produzione. Basti pensare alla sequenza che vede l’aria trasformarsi in acqua e l’acqua (ri)trasformarsi in aria. Come? Awa Modula sfrutta la stessa energia utilizzata nella produzione idrica per fornire aria fresca e riscaldamento, secondo i sistemi di integrazione che potrebbero rappresentare uno dei principali terreni di evoluzione per la ricerca. Anna Magrini, docente di Fisica tecnica all’Università di Pavia e collaboratrice del progetto Seas, spiega a Nòva che i “generatori d’acqua” sono destinati all’integrazione con gli smart building: gli edifici intelligenti che provvedono in autonomia al proprio sostentamento energetico. «Si può immaginare che la casa del futuro produce l’energia che consuma ma anche l’acqua che consuma. Ora si sta parlando anche della produzione di energia, con gli edifici a bilancio zero. Potremmo iniziare a pensare anche a un bilancio zero dell’acqua». A proposito di bilancio: di che prezzi si parla? Un macchinario come quello di Seas costa intorno ai 200mila euro, cifra che pareggia i circa 250mila dollari richiesti da Ecoloblue per i suoi impianti a uso industriale. «Sì, ma bisogna considerare il risparmio che deriverebbe dal sistema di integrazione. Da un esperimento in un albergo di Abu Dhabi abbiamo ricavato che un sistema come questo riesce a coprire il 50% del fabbisogno idrico dell’intera struttura».

Altro capitolo, l’impatto ambientale. I macchinari che producono acqua dall’aria vantano, per propria natura, una sorgente che “non lascia traccia” sull’ecosistema: «Ad esempio, a differenza dei desalinizzatori, i macchinari air-to-water non lasciano detriti da smaltire. Si limitano a produrre acqua». C’è chi fa notare l’uso di energia elettrica, con tutti i consumi del caso. Magrini prospetta un’evoluzione in favore delle rinnovabili: «La macchina potrebbe potrebbe essere collegata a una turbina eolica o dei pannelli solari. Certo, ci vuole parecchia energia… Però bisogna considerare che il vero nodo era creare acqua potabile. E quello sta succedendo».

L’immagine fa parte del lavoro fotografico di Edward Burtynsky esposto nella mostra Acqua Shock al Palazzo della Regione Fotografia, fino all’1 novembre 2015