E se iniziassimo a pensare alla transmedialità, non tanto come un serie di strategie narrative e di comunicazione, ma come un vero e proprio linguaggio? Un linguaggio che acquisisce come dato la complessità, che si basa sul concetto di ecologia dei media e che si avvale di una rete connessa e partecipata. Un vero e proprio storytelling che attraversa comunicazione pubblica, istituzionale, pubblicitaria, giornalismo ed entertainment secondo forme differenti. E con intenti diversi: campagne pubblicitarie, ma anche di sensibilizzazione come quelle di Amnesty, Greenpeace e Wwf (penso a Last Selfie sugli animali in via di estinzione usando Snapchat). Un linguaggio che sempre più attraversa anche le nuove tecnologie come la realtà aumentata (Ar) e la realtà virtuale (Vr). Ne è convinto Frank Rose, autore di Immersi nelle storie e membro del Digital Story­telling Lab della Colum­bia Uni­ver­sity (in Italia insegna alla Scuola Holden ed è stato ospite del Torino Crime Festival) che parla di Ar e Vr come di veri e propri nuovi media con regole proprie: “Ar con un potenziale più ampio, la Vr al momento limitata nelle integrazioni con gli altri media anche se suono e tatto potranno espandere le sue potenzialità.”

Anche per Bruno Smadja – fondatore dei Cross Video Days di Parigi, che sarà a Torino per gli In.Di.Days della Film Commission – si tratta di nuove opportunità, soprattutto per la Ar “anche se per il momento le esperienze e le attrezzature non sono ancora B2C, quindi è difficile esprimersi, ma le vie sono immense.” Mentre “i consumatori non si sono fatti trovare all’appuntamento della rivoluzione Vr. Troppo caro dicono alcuni… ma soprattutto c’è una mancanza drammatica di contenuto. I grandi player hanno investito tantissimo in ricerca e sviluppo, e l’esperienza è molto piacevole; adesso investono molto in marketing per promuovere l’hardware ma non investono in contenuto. Il modello che propongono è quello del Appstore: potete mettere il vostro programma sul nostro store e condividiamo il fatturato. Ma il costo di sviluppo di un’esperienza Vr e quello di una app per l’iPhone non sono esattamente paragonabili.”

Già si possono vedere esperienze interattive e immersive “mature” come Home Sweet Home, segnalataci da Smadja “dove sono il bambino che nasce e rimarrò  in questo punto di vita durante tutta la serie con lo sguardo dei miei, dei dottori etc. o Sergent James, finanziato durante Cross Video Days e girato di recente: siamo sotto il letto di un bambino e non sappiamo se siamo il mostro o gli altri che ci minacciano.”

E proprio in Vr è uno dei progetti recenti più affascinanti visti da Rose: “Easter Rising è una storia in Vr sulla ribellione a Dublino nel 1916 ed è stato realizzato dai Crossover Labs di Londra per la Bbc.” Ma anche “Riot, un progetto che usa la tecnologia del riconoscimento facciale per raccontare una storia interattiva su una rivolta: tu sei dentro una rivolta e ciò che ti capita dipende dalle tue reazioni e da quello che le tue espressioni facciali dicono.”

Rose analizza le strategie di comunicazione e di engagement di storytelling complessi e transmediali… abbiamo parlato a lungo di Walking Dead e Lost… ma si occupa anche, e soprattutto, di informazione, comunicazione e pubblicità. Riguardo l’entertainment puro per Smadja “I racconti transmediali vivono un bivio importante: l’aspetto ricerca e sviluppo sta continuando grazie al sostegno economico delle televisioni e radio pubbliche, e grazie a enti pubblici come Fnb in Canada, Cnc in Francia o Wallimages in Belgio. La convergenza di molti schermi, l’interattività, l’immersione danno un’effervescenza stimolante. Eppure il pubblico non è abbastanza presente. Non si possono sviluppare solamente soluzioni ad hoc per presentare un progetto e sarebbe un aiuto importante che YouTube, Facebook, Instagram diventassero interattivi. Ma il punto nodale sono i team creativi che sviluppano racconti transmediali e che devono assolutamente integrare specialisti dell’interattività e dei videogame.”

Per Smadja è anche una questione di interessi e investimenti: “A parte Arte che è stata dall’inizio uno dei media televisivi più innovativi, i broadcaster privati sono soprattutto preoccupati dell’invecchiamento del loro pubblico, dell’abbassamento delle audience in generale e, di conseguenza, della fuga dei brand e dell’impatto sul risultato finanziario. E come nell’industria del disco all’epoca, non investono, provano solo a difendersi. Universal Music non ha creato Spotify, così come Time Warner non ha creato Netflix! Anche se alcuni brand si muovono, in particolare Red Bull che ha sviluppato una strategia geniale da anni intorno alla produzione di contenuto distribuiti gratuitamente online.” Le parole chiave per capire la mutazione genetica dello storytelling sono complessità convergenza, partecipazione, interattività, immersione. Gli scenari sono molteplici e in perenne evoluzione, ma questo, in fin dei conti, è anche un aspetto interessante, e persino emozionante.