Giapponese, 56enne, inventore di uno degli strumenti più utilizzati dell’era digitale. Quale? Il Qr Code, quel piccolo quadrato bianco e nero contenente dati e informazioni adottato un po’ ovunque, nelle confezioni dei prodotti come nella cartellonistica pubblicitaria, e capace di collegare “graficamente” il mondo fisico con quello virtuale. La sua nascita, e la sua grandissima popolarità, si deve a Masahiro Hara, ingegnere elettronico e managing director di Denso Wave, una sussidiaria di Toyota. Il papà del codice a barre 2.0 come qualcuno l’ha definito. La sua invenzione, che gli è valsa (al fianco dei suoi collaboratori, Takayuki Nagaya, Motoaki Watabe, Tadao Nojiri e Yuji Uchiyama) la candidatura all’Oscar delle tecnologie di Berlino nella categoria “Paesi non europei”, ha preso forma quasi per caso: quello che fu un tentativo di migliorare i processi logistici e produttivi della sua azienda ha rappresentato una piccola-grande rivoluzione per i sistemi di tracciamento ed identificazione di beni e componenti. I codici a barre a matrice o 2D, questa la loro peculiarità, possono essere letti ovunque e in qualsiasi momento, offrono quindi una maggiore versatilità d’uso rispetto ai tradizionali codici a barre lineari (nonchè una qualità di scansione e acquisizione dati superiore) e forniscono un accesso quanto mai rapido ai contenuti digitali del prodotto/servizio cui sono associati.

La storia del Qr Code parte da parecchio lontano, e più esattamente nel 1974, quando il primo codice a barre al mondo faceva capolino su un pacchetto di gomme da masticare alla frutta (della storica Wrigley) passato di mani su un bancone di un comunissimo negozio americano. Oggi sono cinque miliardi i codici prodotto universali (Upc) scansionati ogni giorno negli esercizi di vendita al dettaglio di tutto il pianeta. Dove sta il limite delle ormai familiari strisce in bianco e nero utilizzate in moltissime applicazioni anche al di fuori dell settore retail? Nell’impossibilità di contenere più di 20 caratteri alfanumerici e in un numero limitato di possibili combinazioni. Un difetto alla nascita non più sostenibile in un’era, quella digitale, in cui l’informazione rappresenta un asset fondamentale, il cardine di tutto ciò che via via ha contribuito a dare vita al paradigma dei Big Data.

La soluzione al collo di bottiglia tecnologico sopra descritto porta per l’appunto la firma di Hara e del suo team di lavoro in Denso Wave: dal loro ingegno nasce un codice a barre bidimensionale che dopo due anni di gestazione in mano agli sviluppatori si materializza nel quadratino “magico” che utilizziamo in punta di touch, attraverso il nostro smartphone o tablet, oggi. Il Qr Code, ai suoi albori, è stato utilizzato esclusivamente per migliorare il sistema di tracciamento dei componenti nella filiera di produzione automobilistica, portando in dote da subito maggiore efficienza e garanzia di qualità grazie, in particolare, a una virtù che lo stesso inventore è solito evidenziare. E cioè la capacità di contenere informazioni sia in modalità orizzontale che verticale, aumentando di 350 volte rispetto ai codici a barre lineari il numero di dati associabili a ogni codice. Nondimeno importante è una seconda virtù dei codici 2D, ovvero sia quella di poter essere letti decine di volte più velocemente rispetto ai loro predecessori grazie al modello che regola la disposizione in righe e colonne degli elementi in bianco e nero. Il codice Qr trasmette informazioni in base alla disposizione e ogni componente scuro o chiaro rappresenta un’istanza specifica del codice binario composto da 0 e 1.

I Qr code possono essere impiegati per leggere circa 7mila diversi caratteri numerici e utilizzati come contenitore digitale di caratteri alfabetici, idiomi e simboli giapponesi, cinesi o coreani, oltre che dati binari. La loro intelligenza va però al di là dei dati che identificano un determinato oggetto: contengono infatti una strumento di correzione dell’errore per rimediare ad eventuali distorsioni del modello. Uno spazio vuoto incornicia il codice per assicurare che le marcature circostanti non vengano erroneamente interpretati come codice: una capacità “predittiva” notevole se pensiamo ai campi di applicazioni più critici dei Qr code, come la gestione dell’inventario di magazzino o il controllo dei biglietti e delle carte d’imbarco al gate di un aereporto per arrivare al tracciamento di campioni biologici in ambito sanitario.

Hara-2

L’invenzione di Masahiro Hara è entrata dunque a far parte del vivere quotidiano di milioni di persone e costatarne la valenza sociale è un tributo dovuto a un’innovazione tecnologica la cui penetrazione è ormai un processo completato soprattutto negli Stati Uniti, dove già nel 2011 arrivava a una fetta di mercato dell’80%. Un’innovazione che per funzionare richiede semplicemente un qualsiasi smartphone e un’apposita app che interpreta i segni bianchi e neri del piccolo quadratino e ci apre la porta della controparte virtuale (una pagina Web, un’immagine digitale, un messaggio di testo) dell’oggetto fisico che abbiamo in mano o di fronte. Il tutto gratuitamente, senza costi di licenza, anche se il marchio Qr Code è naturalmente protetto da copyright. Un’invenzione tanto illuminante quanto oggi, e lo dice lo stesso Hara, divenuta banale: il 56enne ingegnere giapponese sogna codici più spettacolari di quelli in monocromia attuali. Codici che possono stimolare le persone. Detto da chi ha ricevuto (nel 2012) un Good Design Award dal Japan Institute of Design Promotion non sembra essere una chimera irrealizzabile.