Silicone, addio: le protesi del futuro potrebbero impiantarsi e rigenerarsi, con un intervento unico e con materiale bio. È la sfida di Tensive, la startup biomedicale che ha appena incassato i 300mila euro del Premio Gaetano Marzotto e si avvia a un percorso da 25mila con la Fondazione Cuoa. Creata nel 2012 come spinoff della Fondazione Filarete, l’impresa milanese ha sviluppato un biomateriale sintetico per interventi di ricostruzione o aumento del seno. Insomma: una “protesi innovativa” pronto all’uso sia per i casi di rimozione di tumore sia per la chirurgia estetica.

Due sbocchi diversi per lo stesso progetto, nato come strumento per alleggerire le sofferenze dei pazienti oncologici e cresciuto (anche) in direzione commerciale.  Il nome prescelto? “Regenera”, come il meccanismo che scatta con l’impianto del dispositivo: la struttura interna alla protesi permette la riformazione del tessuto naturale, con un processo brevettato che ricostruisce il seno e riduce gli interventi necessari al mantenimento del volume.

In realtà, il team che avrebbe formato Tensive è al lavoro da tempo. Regenera, attesa sul mercato «fra almeno quattro anni», è l’approdo di un processo che è già valso premi internazionali (come l’Intel Global Challenge di Berkley, California, nel 2013) e punta a un mercato delle protesi mammarie che crescerà nell’ordine dei miliardi di dollari. «In questi anni abbiamo sviluppato una piattaforma di tecnologie. Inizialmente lavoravano con il tessuto osseo, e andava bene. Poi abbiamo capito che era il caso di focalizzarsi su un mercato in crescita come quello delle protesi al seno» spiega Alessandro Tocchio, Ceo di Tensive.

Come funziona “Regenera”? E cosa c’è di innovativo, rispetto a un silicone che domina il mercato da più di tre decenni? La protesi, sviluppata con un biomateriale sintentico, permette al tessuto adiposo di riformarsi e – in parallelo – degrada fino al riassorbimento nel tessuto naturale del paziente. Fa la differenza la struttura interna, composta da una rete multicanale che replica l’architettura dei vasi sanguigni: «È una “spugnetta”, un materiale poroso che fa migrare le cellule all’interno dei pori, attiva la creazione di tessuto adiposo e, in simultanea, degrada fino a essere riassorbita» dice Tocchio.

I vantaggi? Il dispositivo può essere impiantato con un intervento unico, senza sostituzioni successive che costano stress emotivo ai pazienti e tempi maggiori di ospedalizzazione Come fa notare Tocchio, «una protesi al silicone non è una soluzione permanente: si rompe, perde, deve essere sostituita ogni 10-15 anni. Questo è ancora più vero quando si tratta di pazienti oncologici, già gravati dall’operazione e costretti a nuove operazioni con intervalli definiti. Noi abbiamo pensato a qualcosa che si rigenerasse, che fosse permanente. E secondo alcune proiezioni, il mercato delle protesi potrebbe crescere fino a 1 miliardi di dollari ».

E per il futuro? Tocchio spiega che Tensive “non ha calibrato del tutto” i passi in arrivo, dopo il Premio Marzotto e la tabella di marcia in vista della commercializzazione di Regenera. Ma il perimetro, per ora, resta l’Italia: la startup manterrà la produzione nella penisola, con un volano in ascesa per la ricerca biomedicale, l’attrazione di talenti e le partnership internazionali: «Ci sono già varie ipotesi, come protesi “sagomabili” a seconda dell’intervento e altri progetti. Al momento, però, ci concentriamo solo sugli sviluppi di Regenera. Che sono già importanti».