Non sappiamo quale sarà la tecnologia dominante nella rete italiana del futuro, ma sappiamo qual è quella che ci garantirà di tenere il passo con le principali economie mondiali: la fibra ottica nelle case (Ftth, fiber to the home).

Su questo punto sono d’accordo tutti gli esperti, tanto che la preferenza per il Ftth emerge tra le righe – più per allusioni sibilline e sottili rimandi – anche nelle ultime rimaneggiatissime versioni del Piano Banda Ultra larga. Questa ambiguità è il risultato delle opposte linee politiche che hanno dato vita al piano.  Da una parte,  quest’ultimo deve essere, formalmente, a “neutralità tecnologica”. Ce lo chiede l’Europa ed è un tema caro a Telecom Italia. Dall’altra, è un fatto tecnico indiscutibile che solo la fibra ottica nelle case potrà assicurare le velocità “multi-gigabit”, frontiera a cui mirano già gli altri Paesi.

Di questo assunto c’è traccia nelle parole pronunciate lunedì da Alessandra Poggiani, direttore dell’Agenzia per l’Italia digitale, durante l’audizione alla Camera, in Commissione per i diritti e i doveri relativi a Internet. “Per quanto riguarda le infrastrutture la strada è molto stretta e per noi come Agenzia questo è fonte di grande preoccupazione.  Con grande difficoltà abbiamo fatto un piano che prevede il 50% del Paese a 100 megabit nel 2020, quando altri paesi europei nostri concorrenti stanno facendo lo stesso piano a un giga e in Asia anche per raggiungere i 20 giga”.

“Noi ce la mettiamo tutta. Il piano rappresenta l’obiettivo massimo che siamo riusciti a ottenere, visto anche che le infrastrutture sono private. Certamente spero che a metà percorso si riesca a rivedere al rialzo gli obiettivi che siamo riusciti a settare al momento”.

Insomma, non bisogna nemmeno leggere tanto tra le righe per capire che anche per Poggiani si poteva e si doveva fare di più. Ossia puntare in modo più deciso su fibra ottica nelle case, anche con uno switch off programmato del rame. Lo switch off, com’è noto, è stato abbandonato già nel testo uscito dal Consiglio dei Ministri, sostituito con l’idea di una migrazione progressiva (cancellato il divieto a offrire servizi in rame laddove era disponibile Ftth già da un anno).

Altro discorso invece per la preferenza verso l’Ftth. L’idea persiste. Nel testo pubblicato subito dopo che il Consiglio dei Ministri ha approvato il piano (martedì della scorsa settimana) ancora si trovava una tabella che chiariva, per ciascuna area (cluster), la tecnologia di riferimento per il 2020. Le aree erano tre: nella prima (le città più importanti) era indicato l’Fttb (Fiber to the building, intendendo qui un misto tra Ftth e Fttb). Nella seconda un “mix tecnologie”, ossia tutte quelle in fibra compreso Fttc (Fiber to the cabinet, ossia fino all’armadio stradale) potenziato da vectoring e GFast (tecnologie elettroniche e software con cui è possibile arrivare a 100-300 Megabit). Nella terza, le aree più remote, solo Fttc.

 

Mercoledì, il giorno dopo, il piano è stato ripubblicato e tra le varie modifiche la tabella è diventata come segue.

I cluster sono diventati quattro (A, B, C e D, come erano in tutte le versioni in bozza del piano) e, soprattutto, è scomparso il riferimento al 2020.

«Noi dobbiamo seguire gli obiettivi europei e la neutralità tecnologica, quindi possiamo indicare solo le velocità di riferimento, non le tecnologie», spiegano da Infratel Italia, la società del ministero dello Sviluppo economico che farà i bandi per costruire le reti con i fondi pubblici.

La preferenza per Ftth/b resta in altri punti del piano, però. Un aspetto è stato già rilevato dai commentatori ed è il principio secondo cui nei bandi sarà preferito l’operatore che presenterà progetti di reti Ftth; a seguire Fttb, Fttdp (fibra fino al punto di distribuzione) e Fttc (nell’ordine). «Ovvio che se si presenta un solo operatore e gareggia con un piano Fttc, assicurando di poter arrivare a 100 Megabit, vincerà quello», aggiungono da Infratel. Nei primi due cluster (15 e 45 per cento della popolazione), il piano parla di 100 Megabit nel 2020, che diventano 30 nel quarto; nel terzo (25 per cento della popolazione) c’è un misto di 30 e 100.

C’è poi una nota non tanto visibile, sotto la nuova tabella: “nel Cluster C si è valutata l’ipotesi di realizzare una rete Fttc e di farla poi evolvere in Fttb. Questa ipotesi è più costosa ma anche più inefficiente di una rete Fttb progettata in autonomia che, non scontando questo vincolo, sviluppa tracciati diversi e riesce più flessibilmente a servire le esigenze di comunicazione future”.

«Significa che il piano sceglie l’Fttb anche nel Cluster C e lascia l’Fttc solo nel D», fanno sapere da Infratel.

Un’altra nota chiarisce questo punto per il Cluster D: qui “a partire dal 2018 si considera possibile avere su rete in rame l’upgrading in alcune aree parziali a servizi a 100 Mbps utilizzando G.fast e vectoring”. Come detto, queste due tecnologie valgono solo per l’Fttc.

Il riferimento al 2018 è probabilmente troppo prudente, dato che le due tecnologie vengono già sperimentate dagli operatori italiani e saranno commerciali entro il 2016-2017 (prima il vectoring).

Un chiarimento tecnico arriva da Maurizio Dècina, professore emerito del Politecnico di Milano: «Le due tecniche Fttc e Ftth sono diverse tra loro in termini di costo e di capacità di download. La rete passiva in fibra ottica fino alla casa costa almeno tre volte di più di quella fino all’armadio: è quindi difficile giustificare il cablaggio Ftth sulla base della volontà dei clienti di pagare 100Mbit, senza appropriati incentivi», dice a Nòva24. «Per Fttc la velocità di download massima su 250 metri arriverà fino a 300 Mbit/s, nel caso di un solo operatore con Vdsl a tutto spettro e vectoring. Se ci si limita a 100 metri e si usa XGfast, si arriverà fino a 1 Gigabit. Nel caso Ftth non ci sono limiti di distanza, si arriva a 20-40 chilometri, e le velocità di download sono praticamente illimitate nei prossimi venti anni. La tecnologia Gpon parte da 2,5 e 10 Gigabit per arrivare con tecniche Coarse Wdm entro due/tre anni fino a 80 Gigabit in ambiente multi-operatore.  Con il Dense Wdm si arriva al Terabit, e cioè mille Gigabit, nei prossimi dieci/quindici anni».

E le tecnologie senza fibra? Anche qui – nonostante la “neutralità tecnologica”- il piano ha un’idea chiara. È scettico soprattutto per il wireless mobile, 4G, ritenendolo incapace di raggiungere i 30 Megabit reali per utente. Con l’Lte Advanced (che Tim e Vodafone hanno su quasi 200 città italiane) la situazione migliora, ma secondo il piano è necessario aumentare la densità delle celle (anche con small cell) per garantire i 30 e a maggior ragione i 100 Megabit. Non è impossibile che il 4G, opportunamente migliorato dagli operatori, vincerà bandi in alcune aree, ma al momento sembra improbabile.

Il Fixed wireless broadband già oggi invece dà i 30 Megabit su connessioni condivise (e arriva al Gigabit su quelle dedicate, per aziende), poiché anche se utilizza onde radio rinuncia alla mobilità. Potrà avere un ruolo nel Cluster D e forse anche in quello C, che pure secondo il piano potrà avere aree a 30 Megabit oltre che a 100 Megabit, nel 2020. Il satellite servirà per i casi più difficili (forse sotto l’1 per cento della popolazione).

Il piano guarda agli obiettivi europei ma potrebbe essere un errore fare un discorso tecnologico fermandoci qui. «Gli obiettivi dell’Europa sono raggiungibili anche con Fttc. Ma poi lì restiamo fermi: il rame non funzionerà bene per molti decenni ancora», dice Stefano Pileri. Ora amministratore delegato di Italtel, Pileri ha posto le basi del progetto Next Generation Network quando era in Telecom Italia.

«Allora, visto che stiamo pensando ora di costruire la nuova rete, sarebbe meglio puntare con tutte le proprie forze all’Ftth. Per non rischiare di ritrovarsi con un’infrastruttura inadeguata tra qualche decennio». O forse, persino, anche prima. Non c’è nessuna garanzia che l’Fttc con vectoring e G.Fast possano garantire velocità di 100-300 Megabit anche a regime, cioè quando ci saranno tanti utenti connessi e quindi un maggiore rischio di interferenze.

E quando ci sono Fttc di operatori diversi nelle stesse zone (ora di Telecom, Fastweb e Vodafone), è necessario un complicato coordinamento tra le parti per far funzionare il vectoring, algoritmo che ha appunto lo scopo di ridurre le interferenze.