Disordine come mancanza, ma anche turbamento, confusione, eccesso. Nei sistemi lontani dall’equilibrio, il disordine può essere indice del raggiungimento del punto critico, in cui forti perturbazioni provenienti dall’esterno, o mutazioni interne al sistema stesso, portano al mutamento.

Occorre convivere con il disordine, o imparare a gestirlo?  «Abbiamo realizzato una fibra ottica che “sfrutta” la struttura disordinata a proprio vantaggio, aumentando di precisione e potenza il trasporto dell’informazione» racconta Claudio Conti, direttore dell’Istituto dei Sistemi Complessi (Cnr). Grazie al fenomeno di localizzazione di Anderson, l’onda luminosa viene trattenuta, localizzata in una regione ben definita della fibra anziché diffondersi e quindi disperdersi.  Il disordine, in complessità, può anche essere visto come frontiera, il luogo da dove arrivano le fluttuazioni più interessanti: il progetto Euborderscapes del Cerco (Centro di Ricerca sulla Complessità) di Bergamo, realizzato da Chiara Brambilla con il coordinamento scientifico di Gianluca Bocchi, si propone di decostruire il confine come linea di divisione attraverso un nuovo immaginario socio-culturale.

Che significa il confine come metodo? «Un concetto» racconta Brambilla «operazionalizzato con dei lavori sul campo: ho lavorato a Zingonia, nello spazio delle torri che verranno abbattute, con dei bambini senegalesi delle scuole elementari». Con lo strumento della cartografia partecipativa, è emerso che quegli spazi visti generalmente come non luoghi, venivano rappresentati come spazi di vita, abitati. «Un’altra azione del progetto è riflettere sulla rappresentazione mediatica e sull’autorappresentazione delle comunità tunisine di seconda e terza generazione, con delle parole che collegassero al tema della frontiera: un ragazzino ha disegnato un cellulare».

Se i confini sono paesaggi,  «fasce di innovazione quando vengono valorizzati, fonti di conflitti quando le rappresentazioni entrano in discussione», occorre riprendere un discorso epistemologico sul metodo. A Messina ci prova il Centro Studi di Filosofia della Complessità, intitolato all’autore de Il Metodo, Edgar Morin, e coordinato da Giuseppe Gembillo e Giuseppe Giordano.  «Dopo le rivoluzioni scientifiche, il punto non è mettere in discussione l’approccio logico» sottolinea Gembillo, «ma analizzare con attenzione i modi e le forme attraverso cui tale approccio si deve strutturare». Non solo la logica formale, lineare, aristotelica, ma una logica complessa, storica e circolare, «che superi le opposte correnti del razionalismo e dell’intuizionismo» e che ne comprenda in sé tante (la logica fuzzy, la logica complementare, la logica degli equilibri punteggiati, la logica frattale). Interagendo con il disordine.