I ragazzi di Harlem, come quelli del Bronx,  li ritrovi all’Apple Center o in qualunque altro luogo ci sia banda larga gratuita. Perché la connessione a internet con il wifi è un bene prezioso per loro e rischia di essere la frontiera dell’esclusione.  «L’estensione della banda larga ad Harlem o nel Bronx è fondamentale: il mancato accesso a internet determina l’impossibilità di stare al passo con i programmi scolastici sin dalle scuole elementari» spiega Sheila Foster  che sta lavorando in questi quartieri, assieme  all’impresa sociale  Silicon Harlem e all’incubatore della Fordham University nel Bronx, proprio per creare una rete broadband di comunità.
Foster è docente nella stessa  università newyorkese ed esperta di beni comuni. Ovvero, quei beni che sono una risorsa importante, fondamentale per lo sviluppo delle comunità. A New York sta  seguendo anche  la creazione di una rete elettrica supplementare autogestita che entra in funzione in caso di calamità naturali, ormai sempre più frequenti per via del cambiamento climatico. Esperienze simili a New York ce ne sono tante:  Nycreic è una piattaforma di investimento immobiliare alternativo, per realizzare spazi culturali e sociali per una città equa e sostenibile.  A Red Hook, Brooklyn, è stato creato un wireless mesh network, tecnologia che permette di realizzare una rete internet aperta e accessibile a livello di quartiere già sperimentato in Italia con il progetto Ninux, in Spagna con Guifi, in Germania con Freifunke.
Tutti fenomeni che si stanno diffondendo sempre più nelle città alla ricerca di nuove modalità di gestione dei beni e allo stesso tempo di inclusione sociale e partecipazione civica.  Quando Elinor Ostrom, autrice di «Governare i beni collettivi. Istituzioni pubbliche e iniziative delle comunità», studiò i beni comuni – ricerche che le valsero il Nobel per l’Economia nel 2009 – pensava soprattutto alle risorse naturali come l’acqua, il suolo, la fauna. Risorse indispensabili per la vita e il cui consumo da parte di pochi  rischia di portarne alla fine. E per le quali teorizzò quindi una modalità di gestione da parte della collettività. Oggi i nuovi commons sono   nelle città, dove si svolge la vita della maggior parte degli abitanti del pianeta. «Nei contesti  rurali studiati   dalla Ostrom il rischio era l’esaurimento delle risorse. Da cui la necessità di regole di accesso e di uso condiviso – spiega Christian Iaione di Lab Gov, laboratorio sulla governance dei beni comuni della Luiss di Roma – Nell’ambito urbano  ci sono anche risorse  di tipo diverso, spesso inutilizzate o sottovalutate  che per essere valorizzate hanno bisogno di agglomerare utenti e quindi regole generative di collaborazione. In altri termini, nelle città occorre condividere e collaborare allo stesso tempo, per co-produrre e co-usare la città».
Così sta nascendo  un nuovo paradigma, quello della co-city, una città basata su un modello di governance collaborativa dove i commons ambientali, culturali, digitali e cognitivi sono cogestititi da cinque  attori come gli innovatori  (che siano  cittadini, maker ecc), istituzioni pubbliche, imprese, organizzazioni della società civile, istituzioni della conoscenza. Attraverso partenariati pubblico-privato-comunità possono lavorare assieme per dare vita a piattaforme peer to peer per produrre servizi collaborativi, imprese e altre attività generative di giustizia sociale urbana.
Dopo il caso di Bologna  che ha fatto da apripista in Italia con un progetto a livello urbano, altre realtà si stanno facendo avanti.  Napoli, con le sue delibere sui beni comuni sembra introdurre gli usi civici, altra istituzione cara alla Ostrom, all’interno del contesto urbano. Torino che ha vinto quasi 5 milioni di euro partecipando a una call europea molto competitiva – l’Urban Innovative Actions – con un progetto co-city.     A  Milano il Comune ha lanciato il progetto Sharing city,  mentre sempre dal capoluogo lombardo è  stato lanciato  «Costruire comunità, liberare energie», programma  pluriennale che Labsus – Laboratorio per la sussidiarietà – sta realizzando  nella regione con il sostegno di Fondazione Cariplo, e l’obiettivo di sperimentare un metodo per rendere strutturale l’amministrazione condivisa dei beni comuni, che sia replicabile nel resto del Paese.    Per ora hanno già approvato il Regolamento per l’amministrazione condivisa dei beni comuni 6 grandi  comuni lombardi che si vanno aggiungere al centinaio che lo hanno già fatto a livello nazionale.
A Reggio Emilia, invece,   è nato il Collaboratorio, che mettendo assieme  attori diversi  della società ha  elaborato 64 progetti, per concentrarsi infine su  4 prototipi: un’impresa culturale e creativa, per disegnare la morfologia e la governance del futuro gestore dei Chiostri di San Pietro (nella foto), dove avrà sede permanente il Laboratorio Aperto; una cooperativa di comunità,  per  un partenariato  che  generi una nuova forma di welfare;  un osservatorio sulla misurazione degli impatti ambientali, sociali, economici e culturali e sul monitoraggio dell’integrazione dei servizi alla persona con la comunità; l’estensione del pedagogico  “Reggio Approach” alla città e alle sue modalità collaborative.
Per comprendere le direzioni future dei commons urbani, LabGov sta lavorando in diverse realtà, come a Roma per trasformare il Parco di Centocelle, un parco archeologico e bene culturale di periferia, in un bene comune; e ha lavorato a Battipaglia in un contesto contaminato da infiltrazioni camorristiche per ripensare l’assetto urbanistico della città. Via via la ricerca è diventata anche internazionale coinvolgendo  non solo a Sheila Foster,  ma anche a Michel Bauwens e  David Bollier del Commons Strategies Group che hanno indicato 40  casi a livello mondiale. Rappresentano uno zoccolo duro per la piattaforma di mappatura dei commons urbani nel mondo  che sarà online (www.collaborative.city) da oggi.  Sarà una base per mettere in connessione le diverse comunità di studio e di pratica. E per arrivare   a una metodologia condivisa per studiare e abilitare i  commons nelle città.