Aprire dati e servizi delle pubbliche amministrazioni per renderli leve abilitanti di un nuovo mercato digitale. E così innescare un circolo virtuoso di crescita della domanda e dell’offerta in questo settore, strappandolo dall’immaturità. Forse sola speranza rimasta all’Italia per riprendersi un futuro da Paese evoluto.

C’è questa idea dietro la filosofia “open”- ancora pressoché solo sulla carta- che l’Agenzia per l’Italia Digitale vuole rendere operativa con il piano triennale di prossima pubblicazione. Aprire non solo i dati (“open data”) per renderli utilizzabili da app e servizi di aziende private; ma aprire anche i servizi pubblici, fornendone le Api agli sviluppatori. «In modo da consentire alle imprese di beneficiare di un patrimonio di possibilità di integrazioni di servizi e dati utile a fare evolvere i servizi in modo sempre più personalizzato verso le esigenze dei cittadini», spiega Nello Iacono, di Stati Generali dell’Innovazione ed esperto promotore degli open data.

È un cambio di paradigma. «Si passa, quindi, da un modello in cui la PA realizza l’intero servizio digitale (o non lo realizza) ad una PA che si preoccupa di far sì che dai sui dati e dai suoi servizi di base possano essere configurati i servizi utili alla popolazione, alle imprese. Sofisticati e ampi quanto possono richiederlo le esigenze dei fruitori», continua Iacono. Come dice Stefano Quintarelli, tra i promotori di questa nuova visione, “i servizi e le infrastrutture saranno realizzabili anche da privati, che potranno accedere al sistema pubblico di connettività e quindi alle cosiddette porte applicative, e per un dominio applicativo si costituiranno così degli ecosistemi di componenti di servizio ed applicazioni in grado di utilizzarle”.

A realizzare il modello infrastrutturale contribuisce il Cefriel del Politecnico di Milano e un primo esempio, in nuce, di questa filosofia si può vedere nel nuovo progetto di un marketplace di Api “Idea”, realizzato da Cefriel con Poste Italiane ((http://www.forumpa.it/pa-digitale/procurement-un-marketplace-per-la-api-economy)). Si può rinvenire il progenitore di questa filosofia nel progetto E015 realizzato dal Cefriel per l’Expo di Milano.

Al livello di Api pubbliche disponibile invece il quadro è piuttosto confuso e frammentato, a quanto riferisce Vincenzo Patruno, responsabile open data per Istat.

«Gli enti dotati di una piattaforma CKAN/DKAN (es dati.lazio.it) espongono di default le api native della piattaforma stessa. Ad esempio, la lista dei dataset pubblicati su dat.lazio.it viene fuori da una chiamata di questo tipo http://dati.lazio.it/catalog/api/3/action/package_list», dice Patruno.

«Altri enti produttori di dati che non utilizzano CKAN o DKAN come catalogo, ne hanno sviluppate di proprie. Qui ad esempio Inps  https://www.inps.it/portale/default.aspx?iMenu=1&itemDir=8735. Qui invece una chiamata su Istat per la lista dei dataset pubblicati su dati.istat.it  http://apistat.istat.it/?q=getdslistdatagov». «Tutte queste API non forniscono  dati o servizi “veri” bensì alcune metainformazioni relative ai singoli dataset pubblicati dall’Ente. Queste metainformazioni venivano raccolte in modo automatico dal “vecchio” dati.gov.it per mantenere aggiornato il proprio metacatalogo. Adesso la cosa è al momento ferma a causa del cambio portale dati.gov».

«Da ben cinque anni Istat rilascia  i dati pubblicati su dati.istat.it, dati-censimentopopolazione.istat.it, dati-censimentoindustriaeservizi.istat.it, dati-censimentoagricoltura.istat.it anche attraverso api Rest con output in Json (https://it.wikipedia.org/wiki/JavaScript_Object_Notation)», dice Patruno. «Istat non se l’è mai sentita di ufficializzare le api che sono rimaste “sperimentali”. Nel frattempo è stato adottato da una serie di istituti di statistica europei e anche da Eurostat»