Immagina la scuola del futuro. Anzi: inventala. Cosa cercano nella didattica ragazzi nati nel 1998, cresciuti con il cellulare e sbarcati sui banchi quando Steve Jobs presentava un “telefonino” che si sarebbe chiamato iPhone? Come si accordano fotocopie e slide show, lezioni frontali e corsi online da 20mila studenti? Se lo sono chiesto i più di 500 partecipanti di H-ack School, la prima maratona di innovazione scolastica promossa a Milano dal Miur con la collaborazione di H-Farm e Meta Group.

Età media: 17 anni, la più naturale per classi selezionate dal quarto anno di scuola superiore. Un’ondata che ha messo insieme 29 istituti, 64 team e sei sfide improntate a un traguardo di fondo: connettere vecchia scuola e nuova competenze, rivitalizzare l’eccellenza nella formazione italiana con le abilità “innate” di una generazione che ha assorbito il digitale fin dai primi passi nella scrittura. Alessandro Fusacchia, classe 1978, è il capo di gabinetto del Ministero dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca Stefania Giannini. Ci spiega che l’hackathon che si è tenuta a Milano a metà marzo  sarà «solo il tassello di un processo più lungo», articolato da una logica che non cerca né una – improbabile? – tabula rasa dei vecchi sistemi né l’indifferenza agli impulsi creativi che possono emergere dagli studenti più sensibili.

Insomma: creare contaminazione, potenziare la qualità con una “leva digitale” che amplifichi le opportunità esistenti. «Nella scuola di oggi c’è un abisso tra vecchie e nuove concezioni di didattica. I ragazzi si percepiscono sempre di più non solo come destinatari finali, ma come strumenti veri e propri. C’è la possibilità di gestirsi, organizzarsi, fare parte della scuola», spiega Fusacchia.

Ne danno un saggio i sei progetti vincenti, destinati a una settimana di incubazione nel quartier generale di H-Farm a Roncade, in provincia di Treviso. Dalla richiesta di un nuovo sistema di gestione degli spazi è emerso il progetto di un centro di cultura gestito dagli studenti e veicolato da una app. La ricerca di uno strumento che avvii al mercato del lavoro è sfociata in una web app che traduce in voti le attitudini. E poi: una card con tecnologie Nfc che riunisce e dà visibilità ai talenti extracurricolari, una bottiglia ecologica che si fa disegnare dal web con una selezione dell’estetica via crowdsourcing, una piattaforma collaborativa tra scuola e comunità e un sito dallo slogan ben chiaro (“Impara e lavora”) che importa in Italia il modello duale dell’alternanza scuola-lavoro.

Le limature saranno assestate in fase di incubazione, ma l’aspetto che ha «entusiasmato» il Miur è lo spirito critico emerso nei team più convincenti. Innovazione sì, ma con il peso specifico di chi sta dando una chiave soggettiva a un patrimonio condiviso: le discipline restano, cambia l’approccio che si può dare alla cornice. «La cosa bella che uno vede è che non è solo familiarità con lo strumento, ma un modo di approcciarsi e di risolvere. Non è questione di quale ragazzo sia più “sveglio”, ma di vedere quali ragazzi siano in grado di sviluppare questa logica computazionale. Insomma, spirito critico», spiega ancora Fusacchia.

La maratona ha visto 110 professori seguire e affiancare i team in fase di lavoro. Aggiornamento digitale significa (anche) aggiornamento dei docenti, senza invasioni di ruolo o snaturamento della vocazione didattica: «Bisogna far passare il messaggio che il digitale non  è un corpo estraneo ma un fattore abilitante che potrà aiutare tutti i docenti a fare meglio il proprio mestiere», precisa Fusacchia.

Alessandro D’Annibale, event manager delle maratone di H-Farm, conferma la sensazione: «Si è trattato principalmente di potenziare le infrastrutture che la scuola ha già: valorizzare lo spazio scuola, la comunità stessa, reinventare gli spazi ed alcune aree. Sono stati abbastanza creativi e con la piena consapevolezza di usare quello che è già in pieno effetto». Se si parla di “infrastrutture”, in realtà, la strada è lunga. Il protocollo informatico per la Pa ha attecchito nel 78,3% delle scuole, ma gli istituti si mostrano fragili sulla dotazione multimediale: poco più del 10% delle scuole primarie naviga con una connessione ad alta velocità e il numero di studenti per computer viaggia su una media 7,8.  I progressi più evidenti si registrano a nord, ma Fusacchia sgombra il campo da un equivoco: la digitalizzazione delle scuole non equivale a tracciare un solco – ancora – più profondo tre regioni. Semmai, il contrario: l’apertura innovativa può incentivare l’integrazione e favorire un dialogo più fitto con il territorio, non a caso chiamato in causa tra i vari brief dell’hackathon.

Quanto al lavoro, i timori sulla scomparsa dei mestieri meno “digital” non trovano appigli tra i progetti: «Pensiamo solo alla manifattura digitale, ai maker: il meglio della creatività italiana si coniuga con il fare impresa, con la digitalizzazione – dice Fusacchia – Non c’è più trasmissione da padre a figlio, ma un collegamento con il Made in Italy e quello che può generare. Un hackathon non serve solo ai ragazzi, è una maniera diversa di guardare le cose».