Peter Stämpfli è il presidente di Fokus Bern, il gruppo di imprenditori che ha sostenuto la Caritas locale nel suo progetto di inserimento sociale e lavorativo dei rifugiati e delle persone che hanno richiesto asilo in Svizzera. Durante la conferenza stampa, ha dichiarato che non era il ritorno finanziario la ragione principale che aveva mosso la coalizione di imprenditori da lui guidata, ma il desiderio di investire in un progetto capace di generare impatto sociale nel lungo periodo per la società bernese. Le sue parole, ovvie da un certo punto di vista, mettono però in luce un elemento interessante del progetto: il desiderio di generare insieme dividendi economici e dividendi sociali.

Peter Stämpfli stava in quell’occasione presentando il primo Social impact bond svizzero, uno dei numerosi esperimenti di innovazione e finanza di impatto sociale con cui le istituzioni e le imprese sociali in molte parti d’Europa stanno cercando di trovare risposte all’emergenza legata ai flussi migratori delle persone in cerca d’asilo e rifugio. Il Belgio ha da tempo sperimentato lo stesso strumento per accompagnare i migranti nella ricerca della loro prima occupazione. Anche qui, nel Social Impact Bond  “Duo for a Job”, la raccolta finanziaria serve a sostenere modelli di intervento innovativi realizzati da imprese sociali e un rendimento minimo è assicurato in misura proporzionale al raggiungimento degli obiettivi. Così come molte piattaforme di sharing economy, nate per mettere in contatto i rifugiati con famiglie disponibili a ospitarli e per mantenere i contatti con quelle d’origine, si sostengono con soluzioni creative di crowdfunding.

E così, mentre in Italia siamo impegnati in un appassionante dibattito sulla natura dell’impresa sociale e sull’opportunità o meno di menzionare – solo menzionare – la parola impatto nella riforma del terzo settore, nel resto del mondo si sperimentano forme di finanza e imprenditorialità sociale, per verificarne la capacità di contribuire ad arginare drammatiche emergenze.

L’idea del primo Social Impact Bond svizzero è piuttosto semplice e ricalca lo schema tipico di questo controverso strumento di finanza di impatto sociale, cui si attribuiscono alternativamente proprietà taumaturgiche o diaboliche, a seconda delle prospettive, ma che per il momento ha collezionato una certa varietà di successi e clamorosi insuccessi, come naturale in tutte le sperimentazioni. Lo schema ha consentito la raccolta di 2,7 milioni di franchi svizzeri da organizzazioni filantropiche e col sostegno di oltre settanta imprese. Gli obiettivi sono ben definiti e misurabili: l’ambizione è quella di portare il tasso di occupazione di rifugiati e persone che hanno richiesto o ottenuto asilo dall’attuale 20-30 % al 50-60% nei prossimi cinque anni. Il raggiungimento di obiettivi specifici, come il completamento di un percorso di formazione professionale, genererà un ritorno per gli investitori, a carico del Cantone di Berna.

Se Caritas otterrà un risultato tra il 95% e il 105% dell’obiettivo, il Cantone pagherà le prestazioni fornite, se gli obiettivi saranno superati il Cantone verserà un bonus al termine del progetto pilota, che può essere considerato una sorta di rendimento per gli investitori privati, variabile in misura proporzionale al livello di superamento degli obiettivi.  Concettualmente, il Cantone si rende disponibile a pagare attingendo dai futuri risparmi in prestazioni sociali, che deriveranno dal raggiungimento dell’obiettivo, il pieno inserimento lavorativo dei rifugiati. L’interesse massimo che gli investitori possono trarre dal loro investimento è comunque limitato al 1% annuo, legato al superamento degli obiettivi di oltre il 40%. Se invece gli obiettivi non saranno raggiunti, gli investitori potrebbero perdere parte dell’investimento, anche qui in misura proporzionale al mancato raggiungimento degli obiettivi.

Ci sono quindi, in questo schema, le caratteristiche chiave che distinguono il Social Impact Bond dai tradizionali schemi di procurement: il rischio di insuccesso è ripartito su più soggetti, pubblica amministrazione, investitori e imprese sociali, c’è una misurazione dell’impatto affidata a terze parti indipendenti e il risultato atteso è sia di natura sociale sia finanziaria. In teoria, uno schema che dovrebbe generare benefici per tutti, rifugiati, pubblica amministrazione, Caritas, investitori. Nella pratica è naturalmente tutto da dimostrare.

L’efficacia di questo strumento deve essere monitorata con grande attenzione nel tempo, in particolare in merito a due aspetti fondamentali: la capacità di reclutare alla causa dell’innovazione sociale finanze che non sarebbero altrimenti disponibili e la capacità di generare modalità di intervento innovative e difficilmente sostenibili con schemi di finanza pubblica classici.

L’esempio svizzero, come molti altri, testimonia la varietà di risposte che l’imprenditorialità sociale ha già saputo offrire, sostituendo o affiancando le politiche pubbliche, talvolta facendo ricorso a strumenti di finanza di impatto sociale sofisticati oppure in altri casi associando a schemi filantropici classici modelli di intervento estremamente innovativi. In ogni caso, alternative largamente preferibili alle forme di committenza pubblica che hanno portato, nel nostro Paese, alle ben note degenerazioni.