Grandi fabbriche abbandonate, torrioni di vecchi castelli, complessi d’archeologia industriale, giganti predati dall’inerzia, fermi, chiusi, nel cuore roccioso nelle Dolomiti Unesco. «Dolomiti Contemporanee è un progetto d’arte contemporanea, che riprende questi spazi e li rilancia», dice Gianluca D’Incà Levis, ideatore e curatore del progetto, direttore del Nuovo Spazio di Casso. Nato nel 2011,  è un “riattivatore” di siti dismessi, che si trasformano da luoghi fantasma a nuove fabbriche creative: «Per alcuni mesi, divengono centri espositivi. Invitiamo decine di artisti da tutto il mondo nelle Residenze che vi realizziamo. I siti rivivono, lo spazio amorfo riprende forma e senso. Quando, dopo alcuni mesi, il programma si conclude, grazie alla visibilità, i luoghi dimenticati riguadagnano appeal commerciale».

L’arte fornisce impulsi positivi al territorio: «Le buone idee sono trilobate – sintetizza D’Incà Levis -: contengono visione, capacità strategica, e operativa. Danno forma allo spazio, e forniscono modelli d’azione funzionali. Senza idee, lo spazio muore».

Lo spazio e i confini sui quali agisce il progetto è un territorio che conosce bene la distruzione: qui c’è stato il mostro, la frana della grande diga, il Vajont. Sono luoghi disastrati, sbriciolati dal tempo, da Storia che scivola sui crinali dei monti, nel vento silenzioso del nord, sul grigio appuntito della roccia: «Nel 2011 abbiamo riattivato un polo chimico chiuso da 30 anni nel Parco Nazionale delle Dolomiti Bellunesi (Sass Muss). Nel 2012 abbiamo riattivato una fabbrica di occhiali chiusa da un decennio nell’agordino. Nel 2013 abbiamo riaperto l’ex scuola elementare di Casso, chiusa da 50 anni, dopo la Tragedia del Vajont …» Ora la scuola è il Nuovo Spazio di Casso, un centro per l’arte e la cultura contemporanea della montagna: «Un luogo che produce immagini non stereotipe o nostalgiche della montagna, ma presenti e responsabilmente proiettive» racconta il giovane curatore direttore: «Abbiamo siti in Veneto e Friuli Venezia Giulia», e a breve l’estero …

Dato comune di tutti i progetti, il concetto di “cantiere”: «Gli artisti lavorano con le comunità locali, narrano le loro storie, apportando il proprio sguardo. Le oltre 200 aziende partner forniscono materiali e supporto. Molti giovani locali entrano, come professionisti o volontari». Una pratica di connessione che salda realtà diverse, a cui si aggiungono: «Le amministrazioni, gli enti di tutela e governance, come la Fondazione Dolomiti Unesco, sostengono e sono integrate nelle progettualità. Dolomiti Contemporanee è una grande rete, un display rifunzionalizzatore. Quando, dopo una stagione creativa, abbandoniamo una fabbrica, e questa riparte, non abbiamo fatto altro che renderla alla propria comunità».

Il confine è attraversamento, spazio d’incontro, orizzonte e realtà: «I siti su cui lavoriamo non hanno più una funzione, hanno perso il loro senso. Una cosa che perde il proprio significato, perde parte della propria realtà – racconta D’Incà Levis -. Quando li affrontiamo, sono miraggi quasi virtualizzati. Quello che non hanno perso, è il potenziale. Ci interessiamo a siti che valga la pena riesumare. Applichiamo l’idea di “apertura”. Li “accendiamo” letteralmente, con un cantiere fatto di opere, oggetti plastici, incontri, dibattiti, azioni, facendo convergere una serie di reti in questo nuovo fulcro attivo. Inneschiamo una reazione attraverso le prassi creative, risvegliando il territorio e le reti locali, e riversando fuori da esso una grande quantità di immagini vive, nuove, vitali, contemporanee».

In questo modo ogni sito diviene fucina, e motore. I contenuti prodotti vengono messo in Rete, attraverso i media, il sito viene riconosciuto, e riabilitato: «Con questo processo di focus e valorizzazione, la sua realtà si rigenera, è accresciuta… una realtà aumentata, nella sua accezione più concreta».

Un arricchimento che non è solo informazione sul bene ma riguarda la sua essenza, il suo valore, il suo destino: «I grandi siti sono collocati in piccoli comuni pedemontani o alpini, circondati da montagne e pareti. Questo “confino” è una delle virtù che li distingue. In montagna, l’orizzonte va cercato oltre le cime, e ciò muove all’esplorazione, alla salita, alla ricerca. Le idee non sono mai scontate: si trovano cercandole, e le si raggiunge, o realizza, sulla cima. I siti riaccesi sono stazioni di scambio, nelle quali si incontrano i nuovi esploratori dello spazio, del territorio, delle identità. Sono gli artisti, che, come gli alpinisti, voglio cercare, e salire. Per loro ogni confine è una membrana, mai un muro. Questi confini sono attivi, e la mente è una macchina sconfinata. Gli unici confini inaccettabili sono quelli mentali, le dighe dentro, che portano la paralisi dello spirito». La Fine del Confine (della Mente) è una performance dell’artista Stefano Cagol, realizzata sulla Diga del Vajont.

La montagna è anche Storia, e storie, ma nel progetto Dolomiti Contemporanee tutto è proiettato al futuro: «Ogni artista lavora con le cose del mondo: oggetti, sensazioni, idee, slanci. Le parole “tradizione” e “memoria” possono generare immagini stereotipate. Per alcune persone, la montagna è una specie di area protetta in cui si celebrano nostalgicamente i tempi andati e le imprese di un’altra era, migliore. Niente di più distante da una mentalità culturale contemporanea, una fiducia produttiva nelle capacità presenti dell’uomo. La montagna è formidabile per la sua forza, ora e sempre. Questa forza è naturale, non dipende dall’uomo. L’uomo può agirvi, e agirne il senso. La montagna si staglia e punta in alto, al cielo, e non indietro, al passato». E ancora: «Occorre relazionarsi a luoghi e persone, a storia, tradizione, memoria, usandoli come ingredienti della propria ricerca, che viene ad arricchire l’identità, la realtà, degli oggetti indagati. È ciò che fa un artista contemporaneo».

Per questo lavora anche su musei tematici. Opere d’arte contemporanea che, con il loro altro sguardo, condividono lo spazio dei reperti di collezioni etnografiche, paleontologiche (mostra al museo paleontologico Cortina d’Ampezzo, La Cura dello Sguardo

Nel prossimo futuro di Dolomiti Contemporanee c’è l’oltreconfine: «Il progetto è nato in modo autonomo e sperimentale. L’attitudine a coltivare relazioni e implementare le reti, ne ha accresciuto il network», D’Incà Levis fa il punto della situazione: «Avvieremo molti progetti nel 2014, alcuni con partner artistici e culturali nazionali e internazionali». Poi: «La nostra ricerca si svolge anche nell’Università: lavoriamo nel Dipartimento di Management della Facoltà di Cà Foscari». Temi: Imprenditorialità culturale e industrie creative come fattori di sviluppo locale. Branding dei territori e rigenerazione creativa. Ripensare la natura e il paesaggio industriale attraverso l’arte contemporanea.

«Stiamo preparando le prossime fabbriche, alcuni cantieri importanti partiranno tra pochi mesi» chiude D’Incà Levis, e racconta in anteprima una prossima data storica: «Entro il mese di aprile, proporremo un Concorso artistico internazionale, Two calls for Vajont che per la prima volta dopo 50 anni porterà alla realizzazione di un’opera d’arte contemporanea sulla Diga del Vajont. Accanto a noi, ci saranno molti pensatori d’aperture come Marc Augé, Alfredo Jaar, Salvatore Settis, e Musei come Mart, Fondazione Merz, …»

Ancora una volta, un luogo della chiusura, trasformato in cantiere proiettivo. www.dolomiticontemporanee.net.