Peluche, libri da “toccare” e vecchi giochi educativi in legno? Solo un retaggio d’altre epoche! Ovviamente stiamo scherzando, visto il valore di questi strumenti per lo sviluppo psicofisico del bebé. Ma è indubbio che i bambini, anche piccolissimi, stiano diventando veri e propri “divoratori” di tecnologia e rimangano a lungo a “giocare” (passiamo ancora questo termine) con smartphone e tablet. A mettere in guardia è una ricerca che mette in luce come il rapporto con dispositivi mobili sia all’ordine dei giorno anche per i più piccoli.

La survey, vale la pena di ricordarlo, è stata condotta negli Usa e ha compreso 370 genitori delle fasce meno abbienti e acculturate della popolazione. Ma fa comunque suonare un allarme. Più di un terzo di piccoli “smanetta” sugli schermi ben prima di imparare a camminare e a parlare e in prossimità dell’anno di vita, un bimbo su sette passa almeno un’ora al giorno su tablet e smartphone. Sotto i dodici mesi, poi, il 36 per cento dei bimbi avrebbero già “scrollato” un touch screen, il 12 per cento gioca con i videogames e addirittura il 15 per cento ha già usato una app. Lo studio è stato coordinato da Hilda Kaball del Dipartimento di Pediatria dell’Einstein Healthcare Network e conferma anche come i pediatri siano spesso estranei a questo impiego della tecnologia nei più piccoli: solo il 30 per cento dei genitori avrebbe parlato di questa abitudine con il medico.

Alla faccia degli esperti dell’Accademia Americana di Pediatria, che sconsigliano l’impiego di strumenti di questo tipo prima dei due anni, si sta insomma verificando una vera e propria “rivoluzione”, portata avanti (più o meno volontariamente!) da nativi digitali. il fenomeno per certi versi preoccupa in chiave psicologica, ma nasconde anche risvolti positivi. Ma andiamo con ordine. “I bambini sono naturalmente attratti dalle luci colorate che si modificano toccandole come se per loro questi giochi luminosi creassero una sorta di ipnotismo, quindi sicuramente la disponibilità con un semplice tocco della mano di fenomeni visivi che si modificano ai loro occhi viene accolta con grande interesse – spiega lo psicologo dell’età evolutiva Federico Bianchi di Castelbianco – . Per i genitori, invece, vedere che un bimbo piccolissimo riesce a interagire con tablet e smartphone è una sorta di “prova” della loro intelligenza: sanno usarli quindi sono particolarmente dotati”.

Il rischio, tuttavia, è che questo sia solo un alibi e che alla fine di sia di fronte ad un baby-sitter elettronico, ben più moderno del classico televisore, anche perché permette di interagire e non solo di “subire” le immagini. Il vero problema legato a questa abitudine, tuttavia, si vede solamente a distanza: con il passare del tempo  infatti il bimbo ha sempre più dimestichezza con questi strumenti, tanto che a quattro anni l’autogestione dello smartphone e del tablet è spesso la regola, e questo comporta sotto l’aspetto psicologico un mutamento delle abilità che il bimbo è destinato a sviluppare crescendo. L’esempio più classico? La scrittura manuale. “Il bimbo che muove le dita su questi dispositivi accentua la propria attività iconica e diminuisce quella operativa – prosegue Bianchi di Castelbianco.  – C’è il rischio quindi che si abitui a gestire tutto con un semplice touch e quindi anche abilità complesse come scrivere a mano diventano più difficili da apprendere. Scrivere manualmente è sicuramente una fatica, soprattutto nelle fasi di apprendimento, ma consente anche di sviluppare l’organizzazione cognitivo-motoria-visuo-spaziale. Bisogna pensare all’eventualità, per questi veri “nativi digitali”, che un processo tanto complesso possa col tempo essere abbandonato perché si delegano i risultati tangibili del proprio pensiero al tablet o allo smartphone”.

Proprio sul pensiero, tuttavia, gli stimoli offerti dalle infinite applicazioni di tablet e smartphone possono avere effetti estremamente positivi. Secondo l’esperto, infatti, riproducono quella che è ancora la capacità di viaggiare nella fantasia che può offrire un racconto o una fiaba, sia pure in chiave tecnologica. Il piccolo che all’età giusta (non bisognerebbe mai partire troppo presto, per evitare il rischio del baby-sitting elettronico) si avvicina alla tecnologia, può insomma ritrovarsi a ragionare su “l’isola che non c’è”. E magari trovarsi ad esplorare mondi invisibili, con una positiva spinta verso la fantasia. “Il vantaggio maggiore sta nello sviluppo della capacità di immaginare qualcosa che non c’è – è il commento finale di Bianchi di Castelbianco. –  Ma soprattutto ci si può adattare al fatto che eventi apparentemente assurdi possano accadere comunque, come accade quando si opera su un videogioco. Questo porta il pensiero ad allargare i propri orizzonti e aiuta a consentire, una volta che si diventa più grandi, lo sviluppo di strategia di ampia portata”.