Da fabbrica di tappi a residenza in cohousing per 32 famiglie, con 200 metri quadri di spazi comuni coperti, una piscina sul terrazzo e un giardino delle essenze di 500 metri quadri. L’Urban Village Bovisa è il primo esempio italiano di rigenerazione urbana in chiave collaborativa. Tutto è partito da un desiderio di condivisione e di uno stile di vita più sostenibile. “Nel 2006 abbiamo lanciato una ricerca su Internet, da cui è emerso che le esigenze di socialità e le buone pratiche della convivenza oggi sono prioritarie: in tre settimane oltre 3500 persone hanno manifestato interesse per il cohousing”, spiega Nadia Simionato di NewCOh, la società fondatrice di cohousing.it, prima piattaforma italiana con oltre 20mila famiglie iscritte, quattro progetti realizzati e due in via di realizzazione.

Un boom che rispecchia il bisogno di modelli collaborativi e di relazioni comunitarie con il vicino di casa, che spesso nelle grandi città è un illustre sconosciuto, incrociato solo una volta all’anno per litigare nelle riunioni condominiali. “Visto che tutti si conoscono e si fidano, la porta di casa è sempre aperta e per andare al lavoro si organizzano servizi di car-pooling, mentre la spesa si fa con i gruppi di acquisto solidale, per comprare biologico e accorciare la filiera distributiva”, spiega Simionato. E i vantaggi della vita comunitaria portano anche a risparmi importanti. Nel cohousing TerraCielo di Rodano – un complesso classificato in classe A+ che ha visto il Politecnico di Milano coinvolto nella progettazione impiantistica – le bollette sono minimali, grazie ai pannelli fotovoltaici e all’impianto geotermico, che consentono di riscaldare e raffreddare lo stabile praticamente a costo zero.

Il processo di selezione dei progetti comincia sempre dal basso. Gli aspiranti cohouser esprimono i loro desideri sull’abitazione e sullo stile di vita che desiderano: i dati vengono analizzati da NewCOh per trovare progetti rispondenti ai bisogni della community. Quando un progetto ha tutte le carte in regola, NewCOh si occupa di predisporre un concept e di proporlo sulla piattaforma per raccogliere i primi dati sul gradimento. Segue una presentazione pubblica e l’apertura delle adesioni ai futuri cohouser, i quali si costituiscono in gruppo promotore, che conta di solito dal 40 al 60% dei futuri residenti e che si completa prima della chiusura dei lavori. In questo modo, gli aderenti diventano destinatari ma anche proponenti del progetto stesso e con ciò assumono un ruolo attivo sia nelle decisioni che riguardano la loro vita futura, sia nell’investimento necessario a far procedere l’operazione immobiliare. I futuri cohouser iniziano un percorso di progettazione partecipata, che si svolgerà durante tutto l’arco temporale necessario a realizzare il progetto (di norma 12-18 mesi). La progettazione coinvolge sia il progetto edilizio vero e proprio che il progetto di comunità: cosa condividere, come gestire i servizi e gli spazi comuni.

Ai vantaggi di sostenibilità ambientale si affiancano anche i vantaggi economici. “Grazie alla progettazione partecipata, chi costruisce ha praticamente la certezza di vendere tutto subito e la riduzione dei rischi comporta un costo del denaro più basso per gli investitori: da qui deriva un risparmio che abbatte i prezzi delle case anche del 20% rispetto ai progetti immobiliari tradizionali”, spiega Simionato. La rigenerazione urbana diventa così abbordabile anche per giovani coppie in cerca di un villaggio anche dentro la grande città.