Pubblichiamo il testo dell’intervento che Patrizia Asproni,  presidente della Fondazione Torino Musei, terrà nell’ambito del workshop internazionale “Museum: Vision 2026″, organizzato dalla Fondazione stessa insieme a Singularity University Geneva, con l’intento di monitorare gli scenari museali esistenti e quelli futuri. L’evento si svolgerà il 16 e 17 giugno a  Palazzo Madama a Torino.

“The future belongs to those who can imagine it, design it, and execute it. While others try to predict the future, we create it”.  A leggerle si scommetterebbe che queste parole portino la firma di Steve Jobs. Invece, a scolpirle nella storia – e su una pagina web – è stato lo sceicco Mohammed bin Rashid Al Maktoum, Primo Ministro degli Emirati Arabi Uniti, Governatore di Dubai e promotore del Museo del Futuro che ha appena aperto i battenti nella Capitale dell’Emirato. La promessa, contenuta all’interno di un edificio all’altezza dello scintillante skyline della città, è di realizzare molto più di un polo museale: un hub aperto alle menti creative di tutto il mondo dove “creare, testare e commercializzare servizi e prototipi futuristici”. Una vera e propria “casa” per gli innovatori scientifici e tecnologici che mostra il futuro al pubblico nello stesso momento in cui contribuisce a scriverlo.

Dalla Penisola Araba al Brasile, un altro esempio di istituzione museale di ispirazione avveniristica è il Museo del Domani di Rio De Janeiro, questa volta dedicato a ecologia, biodiversità, salvaguardia dei beni naturali e del paesaggio.

Cos’hanno in comune esperienze di questo tipo, insieme a molte altre che stanno nascendo, è tanto chiaro quanto rivoluzionario: 1. La “materializzazione” del futuro come elemento di contenuto intorno al quale costruire una filosofia espositiva (e non solo); 2. La riformulazione del paradigma dell’offerta museale tradizionale, oggi basato sulla relazione conservazione-istituzioni/fruizione-pubblico in favore di quella call to action/partecipazione.

Non si discute sul fatto che si tratti di un cambiamento epocale, che tira fuori di prepotenza il dibattito dall’obsoleta dicotomia tra tutela e valorizzazione per proiettare lo sguardo molto più in là, verso un futuro non più e non solo da profetizzare in senso asimoviano, ma da contribuire a costruire passo dopo passo, anche attraverso la conoscenza acquisita attraverso l’esperienza museale.

È un domani user-generated quello che scuote (deve scuotere) anche le istituzioni culturali nostrane verso un nuovo dinamismo, accentuandone la dimensione di laboratori del sapere unici perché costruiti su un patrimonio storico-artistico senza eguali, e assegnando al pubblico il ruolo di protagonista, propulsore e generatore, esso stesso, di conoscenza.

Nei musei e attraverso le opere che essi custodiscono passa di fatto l’intera storia dell’umanità e del pensiero: big data a portata di mano, strumenti di lettura degli scenari contemporanei e di pre-visione di quelli futuri, ai quali va garantito il massimo accesso. La conseguenza diretta è, evidentemente, la riorganizzazione dell’offerta.

Come gestire, ad esempio, le didascalie delle opere? Quali codici utilizzare per il racconto dei percorsi espositivi? Come definire i display dei musei? Cronologia, biografie degli artisti e ricostruzione storica e della produzione culturale bastano a “chiamare all’azione” il pubblico, anzi, i pubblici che in misura sempre più eterogenea attraverseranno le sale? Bisognerà proseguire nell’enfatizzazione degli aspetti di protezione o aprire l’accesso mettendo a disposizione del pubblico anche ciò che è conservato nei depositi?

E ancora, come connettere ciò che è custodito all’interno con il mondo al di fuori dei musei e l’accelerazione delle relazioni e delle comunicazioni che lo attraversa? Il destino dei musei è di tenere il ritmo o di riaffermare il loro carattere di luoghi di meditazione e lentezza? Infine, quello con la tecnologia è un abbraccio mortale che implica la definitiva rinuncia all’esperienza “tutta umana” della visita, o uno strumento di approfondimento e valorizzazione?

In questa parte di mondo, l’Italia, che vive di accelerazione riflessa da un lato, e di glorie passate dall’altro, sono questi gli interrogativi che il sistema cultura deve affrontare. Se l’esempio del Museo del Futuro di Dubai è contiguo con la vocazione futuristica del contesto in cui insiste, il modello di Rio è idealmente più affine ad un possibile sviluppo del nostro, in cui il paesaggio si fa infrastruttura e i beni culturali, come l’acqua e gli altri beni naturali, rappresentano un patrimonio indispensabile alla cui tutela e promozione è legata la stessa sostenibilità del futuro.

L’approccio non è inedito, per la verità: è quello già adottato nel Rinascimento, e che passa dal recupero della relazione tra natura e cultura, investendo oggi più che mai le comunità della responsabilità di conoscere e “abitare” il patrimonio che gli appartiene con la massima consapevolezza di contribuire a farlo vivere nel presente e a costruire, attraverso di esso, l’avvenire.