Gli open data della pubblica amministrazione cominciano a essere una cosa seria, anche in Italia. Grazie a un nuovo approccio, che li sistematizza e li valorizza come strumenti utili al cambiamento. Si inserisce in questo contesto il progetto europeo Semplice Pa, che è appena arrivato a compimento (nell’ambito del Por Creo 2009-2013 della Regione Toscana). Il risultato è la piattaforma Semplice Pa, che è stata offerta gratis a tutte le pubbliche amministrazioni italiane, per aiutarle a trarre valore dai dati aperti.

Si tratta di un software realizzato, con i fondi europei, da una partnership pubblico-privata tra la startup aretina 01S (che lavora in ambito informatico), l’università di Pisa e l’università Liuc (di Castellanza-Varese). Tra i primi a provarlo, il Comune di Firenze, di Sansepolcro (Arezzo) e di Città di Castello (Perugia).

Il software lavora su dati demografici, fiscali, tributari, urbanistici. Utilizza non solo quelli strutturati, ma anche quelli non strutturati, che deve estrapolare dai documenti grazie a un motore di analisi semantica e linguistica, con regole e ontologie realizzate appositamente dall’università di Pisa. Ne deriva una serie di indicatori compositi e sintetici di natura settoriale e a matrice territoriale. Il risultato finale sono rappresentazioni, fornite dagli indicatori, in veste di report che forniscono all’amministrazione un quadro analitico del sistema territoriale, economico e sociale.

Gli amministratori possono quindi prendere decisioni più informate. Allo stesso tempo, è uno strumento di valutazione e controllo nei confronti dell’ente, da parte dei cittadini e della Regione, che possono accedere a quei report.

“I tre Comuni hanno usato Semplice PA per report demografici, finanziari e sociali illustrativi con cui capire l’incidenza della popolazione straniera sul totale dei residenti; la variazione della pressione fiscale nell’ultimo quinquennio; il calcolo dell’indebitamento del Comune e delle rate di ammortamento”, spiegano da 01S. Conoscere il rapporto tra stranieri e italiani è servito al Comune di Città di Castello per calibrare le politiche di asili pubblici. I Comuni hanno usato il software anche sulla rassegna stampa: i report mostravano quali siano stati gli argomenti più toccati dalle testate giornalistiche in un certo arco temporale.

«Siamo nella direzione giusta, dopo anni in cui l’Italia ha fatto poco con gli open data, limitandosi a pubblicare pochi dati e scarsamente utili», dice Ernesto Belisario, avvocato tra i massimi esperti del tema. Rappresenterà l’Italia durante l’Open Data International Conference che si terrà la prossima settimana in Canada, per aggiornare gli impegni presi da vari Governi durante il G8 del 2013. «Il valore degli open data non è nella quantità di dati pubblicati, ma nel modo in cui sono utilizzati», aggiunge.

Semplice Pa aiuta in questo compito. Certo però è anche importante che la materia prima – i dati effettivi – siano buoni. E su questo l’Italia è ancora in ritardo, nel mondo, come indicano le classifiche di Eurobarometer. «Da dicembre a oggi abbiamo fatto grossi passi avanti, come mostra il caso di successo Soldipubblici.gov.it (sulla spesa pubblica) e, questa settimana, la pubblicazione dei dati del dissesto idrogeologico su Italiasicura.governo.it», dice Belisario. Sono due iniziative della presidenza del Consiglio.

La vera nota stonata sono gli enti locali. Solo il 41% dei Comuni pubblica i dati, secondo un’indagine degli Osservatori Digital Innovation del Politecnico di Milano (realizzata a marzo). Per di più, il 66% nega di volerlo fare in futuro e solo uno su tre rispetta le Linee guida dell’Agenzia per l’Italia Digitale sulle modalità di pubblicazione dei dati. Eppure dovrebbero farlo: ad oggi gli enti violano la legge, impuniti. A metà febbraio, infatti, sono scattati i termini Dl legge 90/2014, convertito nella Legge 114 dell’11 agosto, secondo cui le pubbliche amministrazioni sono obbligati a fornire i dati in formato aperto a partire da 180 giorni dall’entrata in vigore della legge. Con tanto di sanzioni per gli inadempienti.

C’è da sperare in un circolo virtuoso che cambi il quadro: grazie alle iniziative della presidenza del Consiglio, al buon esempio offerto da alcuni Comuni (come quelli di Semplice Pa) e in generale all’aumentata attenzione del Governo per il tema open data.