«L’area del pianeta a più alta densità di B-corp è la Silicon Valley». Eric Ezechieli, co-fondatore di Nativa, è appena tornato da Portland, dove si sono incontrarti i vertici mondiali delle benefit corporation. E racconta questa nuova generazione di imprenditori che vuole portare la sostenibilità, il sociale nel cuore dell’azienda. «E anche in Italia c’è un interesse crescente» dice Ezechieli, mentre disegna il profilo di questi imprenditori ibridi, a cavallo tra non profit e for profit. Molti appartengono alla generazione dei Millennials, con una forte propensione alle tecnologie, intese sia come prodotti che come approccio. Indipendentemente dall’età, è però una generazione «che  ritiene maturi i tempi per cambiare il mondo a partire da chi può avere più impatto, ovvero  le corporation», aggiunge il co-fondatore della prima B-Corp italiana. A livello mondiale, la prima azienda a trasformarsi in B-Corp, nel 2011, è stata Patagonia, guidata da Yvon Chouinard che si è posto il problema del futuro dell’azienda dopo di lui. Oggi le B-Corp nel mondo sono quasi  1.500.  Il modello di business è tradizionale, hanno un fatturato, fanno utili, si quotano in Borsa. Ma il business è generato mantenendo alti standard ambientali e sociali. L’ottica non è quella della corporate social responsability, ma quella di rivoluzionare il business stesso  dell’azienda, rendendola sostenibile.

Nella lista delle B-Corp c’è Kickstarter, la piattaforma di crowdfunding, dove per esempio il dipendente pagato meno guadagna più del 20% del minimo retributivo;  Hootsuite, aggregatore da 10 milioni di utenti che vuole che i social media abbiano un impatto positivo sulla società; la società di ecommerce Etsy che, tra l’altro, sostiene le micro-aziende che vendono beni fatti a mano e ha il 20% del management proveniente da fasce vulnerabili di popolazione. In Italia sono B-Corp, tra le altre, la D-Orbit, vuole «arrestare l’aumento sistematico della concentrazione di oggetti che ruotano incontrollati nello spazio – si legge nella presentazione dell’azienda -, la promozione di un futuro sostenibile e redditizio per l’industria spaziale, e un ambiente pulito e sicuro per le missioni spaziali»;  Habitech, consorzio di 180 aziende legate al comparto green building del Trentino;  Equilibrium, startup innovativa di Como che produce materiali per costruzioni green; e ancora Mondora, che progetta software «dal volto umano».

Le B-Corp usano  la tecnologia non solo come strumento  per generare profitto. Ma  per migliorare la vita delle persone, per delegare alle tecnologie i compiti di base, liberando così il tempo che i lavoratori possono dedicare a  skill più intelligenti, per migliorare le organizzazioni, per impegnarsi verso le community di riferimento, a cominciare da quella dei clienti-utenti. Non solo, veicolano le tecnologie  al non profit. Come nel caso di Croqqer, piattaforma di vendita (al 60%) o scambio (al 40%) di competenze a chilometro zero. Dopo l’esperienza olandese, da qualche settimana Croqqer è partito a Milano, Roma, L’Aquila e in altre città hanno fatto richiesta. «C’è il forte interesse di realtà consolidate del sociale, come le banche del tempo e le reti dei Gas (gruppi di acquisto solidale), che in questa piattaforma possono trovare uno strumento di efficienza e di efficacia» spiega Ezechieli, che è anche partner per l’Italia di B-Lab, la non profit che certifica le B-Corp a seguito di un percorso gratuito di impact assessment da parte delle società stesse.

Dal punto di vista giuridico le B-Corp sono riconosciute in diversi stati americani. In Italia è stato depositato al Senato un disegno di legge, di cui Nativa è promotrice. Se venisse approvato,  l’Italia sarebbe il primo paese al mondo fuori dagli Stati Uniti ad avere una specifica forma giuridica d’impresa che identifica le B-Corp.