Non hanno cibo fresco, l’acqua scarseggia, di notte piombano nel buio assoluto. Eppure milioni di persone che vivono nei campi profughi potrebbero, tra qualche tempo,  comunicare col mondo grazie a internet. Perché Mark Zuckerberg intende portare la connessione web, per collegare i rifugiati al mondo, per fornire dati utili sulle emergenze umanitarie alle Nazioni Unite e – non da ultimo – per tirare la coperta di Facebook fino ai luoghi più remoti, simbolo della precarietà umana. Dove l’esistenza è compressa, ma può scorrere lungo le connessioni digitali. Ultimo passaggio di un apparente paradosso quotidiano: dove i migranti – ormai una nazione di 59 milioni di persone – mancano di tutto ma spesso hanno un telefono o connessioni internet, utili anche durante la fuga.

Come le tecnologie – digitali e non – stanno cambiando la vita di queste persone? Quali innovazioni porteranno un reale impatto? Molti si sono posti il problema, non solo le istituzioni ma grandi corporation e un folto  nugolo di imprese sociali. Da tempo l’Alto Commissariato delle Nazioni Unite ha un’unità destinata all’innovazione che collabora con rifugiati, università e aziende. Prima fra tutte Ikea Foundation, che ha ideato una casetta facile da trasportare e da auto-assemblare. O Vodafone Foundation che sostiene l’uso della tecnologia nei campi profughi. Per esempio 15mila bambini in 12 scuole tra Kenya, Tanzania e Congo stanno usufruendo di Instant Classroom, una scuola di digitale su tablet che consentirà loro di proseguire gli studi, anche laddove non c’è fornitura di energia elettrica.  E per trovare soluzione efficaci l’Unhcr ha stretto una collaborazione anche con il  Center for International Security and Cooperation  dell’Università di Stanford.

Oltre alle aziende impegnate con politiche filantropiche o di corporate social responsability si muovono le imprese sociali, aziende che hanno un modello sostenibile dal punto di vista economico, ma con una una forte missione sociale. Che tentano di rispondere a tutti i bisogni dei rifugiati, dalla cottura del cibo ai servizi igienici. Perché la vita dei rifugiati  è il riflesso della contraddizione dei campi profughi. «Sono luoghi concepiti e realizzati per essere temporanei – spiega Camillo Boano che insegna Urban Design al University College of London e autore di «Città nude», con Fabrizio Floris (Franco Angeli editore) – ma che poi di fatto diventano,  molto spesso, permanenti. Ogni innovazione corre il rischio di non essere efficace, proprio perché nella temporaneità, seppur aleatoria, non si costituiscono come polis. Diverso il caso delle tecnologie mobile che possono offrire un interessante spazio dove pratiche sociali innovative di comunità e di gestione possono essere sperimentate ed elaborate. Penso, per esempio, per conoscere quante persone ci vivono e le dinamiche con l’esterno».

Di fatto un campo profughi ha una aspettativa di vita 20 anni e la permanenza media per i profughi è di 12 anni, secondo i dati dell’Unhcr. Vuole superare questa contraddizione More Than Shelter, un’impresa sociale tedesca che ha tre anni di vita e offre concept di architettura e design legati ai bisogni umanitari. Il team  multidisciplinare cerca soluzioni innovative assieme ai rifugiati andando oltre l’ottica di breve periodo. Il primo prodotto  è stato il sistema modulare di alloggio Domo e l’attività è iniziata in uno dei più grandi campi del mondo, Zaatari nel nord della Giordania, vicino al confine siriano. L’ambizione di questa impresa è di rivoluzionare l’approccio ai campi, rendendo i profughi attivi e partecipi in questo cambiamento. Per esempio il sistema fognario  di superficie a Zaatari è in disuso e le acque nere penetrano senza controlli nel terreno o devono essere estratte e portate altrove con alti costi. More Than Shelter sta lavorando a una soluzione tecnica per depurare le acque e utilizzarle per micro-orti. E ancora, sta creando un data base dei residenti con informazioni specifiche anche sui livelli di istruzione in modo da indirizzare meglio le attività di lavoro. Infine, da qualche mese assieme alla ong Oxfam ha introdotto, in via sperimentale, il riciclaggio dei rifiuti all’interno del campo. Il tutto attraverso un laboratorio con  profughi, designer urbani, autorità locali, agenzie governative e il sostegno di partner come la città di Amsterdam, il governo tedesco, l’Mit, Harvard University, Vng, Ashoka e altri. E l’innovazione è il centro di una piattaforma  all’interno del campo , perché l’idea è che le iniziative vengano promosse dal basso.

«È fondamentale adattare le soluzioni tecnologiche alle condizioni dei contesti in cui si opera, in questo modo la tecnologia si integra e diviene strumento di sviluppo locale», spiega Emanuela Colombo, delegata del rettore per cooperazione e sviluppo del Politecnico di Milano. «La sfida è stata portare nelle situazioni di emergenza le tecnologie migliori, nostre o di altri, implementandole in modo innovativo e tenendo in considerazione i vincoli culturali, sociali e ambientali che derivano dalle situazioni esistenti nei campi profughi». Nato dalla collaborazione tra il Politecnico, la sua Fondazione e Coopi-Cooperazione internazionale, e finanziato dalla Dg EchO, Set4Food ha attivato quattro progetti pilota, tra Libano, Haiti, Somalia e Repubblica Centroafricana su temi come la conservazione e la cottura del cibo e ha attivato moduli formativi open source on line per fornire conoscenza e supporto agli operatori del settore.

Dei 59 milioni di migranti, in realtà, solo una quota bassa vive nei campi, il 58% approda nelle aree urbane. Pensando a queste persone la piattaforma Urban Refugee vuole migliorare le condizioni di vita di coloro che vivono nelle città dei paesi in via di sviluppo. Si rivolge invece a chi è in viaggio l’app Carterro che aiuta i migranti in fuga a condividere informazioni geolocalizzate  a rimanere in contatto con gli amici. Lunedì scorso ha avuto 200mila download in Medio Oriente. Per le organizzazioni umanitarie è un supporto per coordinare gli aiuti.