“La scienza oggi si basa sulla collaborazione. Qual è la materia prima per questa cooperazione? Secondo me, quella materia grezza è costituita dai dati. La gran parte di quei dati è chiusa nelle riviste e nei paper scientifici. E noi dobbiamo sbloccare quei dati”. A lanciare un appello forte per l’open science è il commissario europeo alla Ricerca, scienza e innovazione, Carlos Moedas. Le sue parole sono arrivate nel momento in cui il commissario ha precisato i suoi piani per la European Open Science Cloud, nell’ambito dell’agenda “Open science, Open innovation, Open to the world”. Un progetto all’insegna dell’apertura che intende connettere le attuali infrastrutture scientifiche, a dispetto delle divisioni tra le discipline e gli stati membri.

Sarà garantita per i singoli ricercatori una clausola per escludere dati che siano sensibili dal punto di vista commerciale o della sicurezza nazionale. Sulla base del principio “il più aperto possibile, chiuso solo per quanto necessario”, l’idea di fondo è di rendere “open access” tutti i dati prodotti dai grant nell’ambito di Horizon 2020, a partire dal 2017. A breve sarà lanciata una call nell’ambito di Horizon 2020 per mettere a punto l’architettura del piano e poi partirà il progetto. L’Open Science Cloud rientro nello European Cloud Initiative, un piano da 6,7 miliardi di euro che combina 2 miliardi di Horizon 2020 con fondi pubblici e privati.

L’infrastruttura prevede un upgrading dell’attuale backbone della ricerca europea attraverso investimenti in data storage e in tecnologia quantistica, insieme all’acquisto di due supercomputer di prossima generazione. Tutta la rete, inizialmente pensata al servizio della scienza , sarà progressivamente aperta alle aziende e alle pubbliche amministrazioni.

La spinta europea verso l’open science è giunta proprio nei giorni in cui il Cern di Ginevra, uno dei grandi poli della ricerca internazionale, ha lanciato il suo contributo rendendo disponibile a tutti qualcosa come 300 terabyte di dati dai suoi esperimenti di collisione tra particelle che hanno portato alla rilevazione del bosone di Higgs. “Una volta esaurita la valutazione dei dati, non vediamo alcuna ragione per non renderli disponibili pubblicamente”, ha commentato Kati Lassila-Perini, fisica che a Ginevra lavora al Cms (Compact Muon Solenoid). “I benefici sono innumerevoli – ha proseguito la scienziata – dall’ispirazione degli studenti alla possibilità di training per i fisici delle particelle di domani. E personalmente, come coordinatore dei dati del Cms, è un passaggio cruciale per garantire la disponibilità dei nostri dati di ricerca”.

Nella sua sezione di open data il Cern mette a disposizione sia i dati grezzi così come sono restituti dai rilevatori, strettamente per addetti ai lavori, che dataset “derivati”, più facili da lavorare. E in ogni caso il centro di Ginevra mette a disposizione i tool per gestire e visualizzare questi dati. così come strumenti già elaborati per ambienti scolastici. Perché anche a questo serve aprire la scienza.