A BuzzFeed il lavoro del giornalista inizia quando si pubblica la storia, mentre nei giornali tradizionali quello è il momento in cui il lavoro finisce. La battuta serve a spiegare una delle maggiori differenze culturali fra il mondo dei giornali di carta e quelli digitali. Quello che invece è comune ai due mondi sono i tempi lunghi che occorrono per diventare redditizi. Dopo quasi cinque anni, quest’anno il Post di Luca Sofri raggiungerà il pareggio a livello di Ebitda. L’Huffington Post invece dovrebbe vedere il primo utile l’anno prossimo, dopo quasi dieci anni. In generale, dopo i fiumi di inchiostro scritti su BuzzFeed,  Vox e l’Huffington Post, quali fra questi nuovi prodotti stanno davvero funzionando? Dopo quanto tempo e quanti soldi? Quale ricetta se ne può trarre?

Partiamo proprio dall’Huffington. Nato nel 2005 con un investimento di 10 milioni di dollari come aggregatore e sito di blog, dotato di una potente piattaforma tecnologica, ora negli Usa, coi suoi 60 canali verticali che vanno da temi come la vita nel college al divorzio, risulta il primo “editore” in termini di condivisioni su Facebook e, coi suoi 97,5 milioni di unici al mese, sta davanti ai 74,8 milioni di BuzzFeed (il dato, diverso da quelli dati dai rispettivi giornali, è relativo al giugno 2014 ed è di comScore).

Tuttavia, non è quasi mai stato redditizio. Quando nel febbraio 2011 è stato acquistato da Aol per 315 milioni di dollari, aveva  circa 100 dipendenti e, al sesto anno di vita, aveva registrato un lieve profitto su 30 milioni di dollari di fatturato. Ma Aol ha puntato tutto sulla crescita e così le spese hanno subito ripreso a salire. Nel 2012 i dipendenti erano già diventati 500.  Ora ha dieci edizioni internazionali in Paesi che vanno dal Canada al Giappone passando per Regno Unito e Italia e metà del suo traffico arriva da fuori gli Stati Uniti. Canada e Gran Bretagna sono già redditizie, ha detto il Ceo dell’Huffington, il danese Jimmy Maymann. L’ aspettativa è che il giornale di Arianna Huffington riveda un profitto quest’anno, a quasi dieci anni dalla nascita.

Passiamo quindi all’altra star del firmamento, BuzzFeed, quello che vuole essere «la primo vera organizzazione di social news» . Il modello algoritmico sottostante lo abbiamo già discusso in un  altro nostro articolo, quello sulla distribuzione dei contenuti. Qua vogliamo capire se stia in piedi. Nel gennaio dell’anno scorso, dopo aver raggiunto i 40 milioni di unici, Jonah Peretti, il fondatore, ha rastrellato altri 19,3 milioni di dollari per la sua creatura, portando il totale dalla nascita nel 2006 fino a quel momento a 46,3 milioni di dollari. Ad agosto di quest’anno ha raccolto altri 50 milioni da Andreessen and Horowitz, un fondo di venture capital della Silicon Valley che ha valutato la società, che ha oltre 300 dipendenti, circa 850 milioni di dollari. Disney, secondo indiscrezioni di stampa, avrebbe cercato di comprarlo l’anno scorso ma non si sarebbe trovato l’accordo sulla cifra di un miliardo di dollari richiesta dal fondatore. Nel 2013 Peretti, in un post su Linkedin, ha detto di avere fatto profitto anche senza specificare di quanto. La società, dice Bloomberg, si aspetta di chiudere il 2014 con un fatturato di 120 milioni di dollari, il doppio dell’anno scorso.

Arriviamo così a Vox Media, diventata celebre soprattutto dopo che Ezra Klein, a neanche 30 anni, ha lasciato il Washington Post per raggiungere il gruppo e fondare Vox, un sito di giornalismo che spiega le notizie.  Al Post Klein era una stella, il suo Wonkblog, un misto di politica, economia e fatti locali, a Washington era diventato una lettura molto diffusa, la più cliccata del giornale. Di Vox non si hanno numeri certi, la società dice che è un successo, che dopo un mese aveva già 5 milioni di utenti unici, ma secondo alcune voci l’esperimento non starebbe funzionando come dovrebbe. Tutto da prendere con molta cautela, anche perché Klein, con la sua spocchia, si è fatto molti nemici. Qualche numero lo si trova invece sulla casa editrice, Vox Media. Che nasce nel 2011 inglobando SBNation (che sta per Sport Blog Nation) un network di oltre 300 blog, tutti pagati, la maggior parte dedicati a un unico team sportivo. In pratica, 300 verticali. Nel 2012 ha raccolto 17 milioni di dollari, e altri 40 l’anno dopo portando il totale rastrellato fino a quel momento, nei calcoli della Fondazione Nieman di Harvard,  a 80 milioni.  Dallo sport Vox Media si subito è allargata alla tecnologia con il lancio di The Verge.  Dopo solo un anno, Vox Media ha detto che The Verge era già redditizio. Ad aprile dell’anno scorso il Ceo Jim Benkoff ha annunciato che la società avrebbe chiuso il 2013 in attivo, cogliendo il mercato di sorpresa: i tempi di maturazione di questi prodotti è in genere più lungo.  Non si trovano verifiche indipendenti sui numeri ma non sembra che la previsione di Benkoff si sia avverata. Anche in questo caso la tecnologia gioca un ruolo cruciale: Vox Media ha un proprio Cms, chiamato Chorus, considerato uno dei prodotti più avanzati del settore e dice che ad agosto i suoi prodotti hanno raggiunto i 150 milioni di utenti unici complessivi.

Insomma, a parte i numeri un po’ ballerini di Vox Media, la prima lezione che se ne trae è che nel digitale, proprio come nella carta stampata, uno dei primi fattori per avere successo è avere del tempo. Se in Italia il Post ci ha messo cinque anni, i casi dell’Huffington Post e di BuzzFeed mostrano tempi ancora più lunghi. Comunità, talento, tecnologia e tempo sono fattori determinanti – assieme a un brand forte e all’avere almeno 50 mila unici il primo anno. Il resto della differenza la fa certo anche un’economia in crescita o in recessione, ma questo non dipende dai giornali.