Dall’oro nero all’oro verde. Le major del petrolio continuano a buttarsi nel business delle energie rinnovabili. Il processo è iniziato da tempo ma si sta intensificando man mano che il tema dei cambiamenti climatici è sempre più al centro dell’attenzione. Ora, a dispetto delle politiche pro-fossili del presidente Donald Trump, i colossi Usa presto potrebbero trovarsi a godere della protezione dei dazi nei confronti dei prodotti stranieri.

L’ultimo annuncio è arrivato dal colosso anglo-olandese Shell, che ha acquisito per circa 200 milioni di dollari il 44% di un’azienda statunitense che sviluppa e gestisce impianti fotovoltaici, la Silicon Ranch Corporation. Fondata nel 2011, Silicon Ranch ha sede a Nashville (Tennessee) e detiene un portafoglio di impianti sotto contratto, in costruzione e operativi in 14 stati Usa per un totale di 880 Mw. La società possiede anche progetti per ulteriori 1.000 Mw. L’acquisizione rientra nella più ampia nuova strategia di Shell, che un anno fa ha annunciato investimenti per 1 miliardo di dollari all’anno nell’energia pulita. La major, nei mesi scorsi, è arrivata anche a sostenere che un mondo a zero emissioni in tempi brevi “è tecnicamente fattibile”.

L’operazione di Shell fa il paio con quella annunciata recentemente da Bp. Il colosso britannico ha acquistato per 200 milioni di dollari il 43% di Lightsource, azienda connazionale del fotovoltaico. Lightsource, che cambierà il nome in Lightsource Bp, ha realizzato in sette anni 1,3 Gw di capacità. Andando ancora un po’ a ritroso nel tempo si trova anche Total. La major ha annunciato a settembre l’entrata nel capitale di Eren Re, che conta una capacità installata di 650 Mw tra eolico, solare e idroelettrico con l’obiettivo di arrivare a oltre 3 Gw entro cinque anni. Contemporaneamente Total ha acquisito GreenFlex, azienda attiva nell’efficienza energetica. La società francese è attiva nel fotovoltaico dal 2011 come azionista di maggioranza di SunPower e nel 2017 ha creato Total Solar per lo sviluppo di parchi fotovoltaici. “Total integra la sfida del clima nella sua strategia e punta a una decisa crescita nei business low-carbon e in particolare nelle rinnovabili”, dice la società.

Sono ancora molte le iniziative da annoverare, soprattutto se si guarda agli ultimi due anni. L’italiana Eni ha investito nel 2016 in ricerca e sviluppo 161 milioni di euro mentre la spesa complessiva dell’R&D del settore Exploration & Production è stata di 62 milioni di euro. Ben 51 milioni sono stati dedicati invece alle nuove energie. Eni ha avviato il Progetto Italia con l’obiettivo di investire circa 250 milioni di euro per installare 220 Mw di nuova capacità entro il 2022, cui si sommano altri 240 Mw all’estero entro il 2020. Il primo lotto di impianti in Italia avrà una capacità complessiva di circa 150 Megawatt. Il Progetto Italia prevede la realizzazione di impianti fotovoltaici in aree industriali di proprietà, disponibili all’uso e di scarso interesse per altre attività economiche. Al di fuori dei confini nazionali sono diversi i progetti di energia rinnovabile che Eni ha in cantiere. In pole position, all’estero, ci sono Algeria, Egitto, Tunisia e Ghana. Eni collabora anche con istituti di ricerca internazionali, tra cui il Mit, il Cnrs francese e i Politecnici di Milano e Torino. La società ha poi avviato la riconversione delle proprie raffinerie, a Venezia e Gela, puntando alla produzione di biocarburanti innovativi attraverso tecnologie proprietarie, come l’Ecofining, e l’utilizzo di materie prime anche waste, quali oli di frittura esausti e grassi vegetali e animali di scarto.

Il business delle rinnovabili è dunque sempre più appetibile anche per le compagnie petrolifere. Probabilmente però non siamo di fronte solo a una libera scelta economica: la strada della transazione energetica verso un mondo più pulito è tracciata e non si può far altro che percorrerla. Sulla base di ciò, si fa anche più agguerrita la guerra contro le compagnie petrolifere, additate tra le maggiori responsabili del riscaldamento terrestre. E’ di questi giorni la notizia che New York ha fatto causa a Exxon, Chevron, Bp, Royal Dutch Shell e ConocoPhillips, per i costi associati ai danni inflitti a New York dagli effetti del riscaldamento globale, come l’innalzamento del livello del mare. La decisione di New York si basa sull’idea che le compagnie petrolifere fossero a conoscenza da tempo sui pericoli derivanti dai cambiamenti climatici ma che intenzionalmente lo hanno tenuto nascosto.

Così la causa sostiene che le compagnie petrolifere debbano pagare i danni causati dall’uragano Sandy, in parte legato agli effetti di riscaldamento globale. Inoltre, si chiede che le società finanzino nuove costruzione per proteggere da futuri danni causati da altri uragani. New York si unisce a diverse città Usa che intraprendono azioni legali contro le compagnie petrolifere, tra cui San Francisco e Santa Cruz.  Potrebbe essere l’inizio di un effetto domino, con la possibilità di molteplici cause contro le compagnie petrolifere, costrette quindi a rivedere le proprie strategie.

D’altro canto non bisogna però dimenticare che le major possono contare sulle politiche pro fossili del presidente americano Donald Trump. Il quale ha alzato il tiro, annunciando dazi del 30% sulle importazioni di pannelli solari negli Stati Uniti. Una decisione che ha fatto insorgere Cina e Corea del Sud. Si tratta di una decisione “eccessiva che apparentemente costituisce una violazione delle disposizioni del Wto”, ha detto il ministro del Commercio di Seul Kim Hyun-chong. Sulla stessa linea Wang Hejun, a capo dell’Ufficio indagini commerciali del ministero del Commercio cinese: è “un abuso dei rimedi commerciali”. Protesta anche l’Associazione dell’Industria per l’Energia Solare americana: la misura costerà agli Stati Uniti la perdita di 23.000 posti di lavoro e la cancellazione di miliardi di dollari di investimenti.