L’articolo intitolato Futuri da leggere scritto da Luca De Biase e pubblicato domenica 25 febbraio 2018 su Nòva mi stimola a fare due osservazioni.

La prima riguarda i metodi utilizzati per fare delle previsioni dalle varie organizzazioni citate, dal Club di Roma al progetto “Megatrends”. Sono in generale proiezioni evolutive e incrementali, basate su dei mega scenari costruiti in funzione d’ipotesi, utilizzate per delimitare e contenere il campo dell’analisi in un sistema chiuso. In un sistema sempre in equilibrio, governabile, caratterizzato dalla certezza dei risultati e da un procedere deterministico. Profondamente diverso da quelli aperti in cui vigono principi opposti, essendo caratterizzati da uno squilibrio dinamico permanente e da variazioni continue. Nei sistemi chiusi prevale la linearità mentre in quelli aperti la complessità.

La globalizzazione ha generato molti cambiamenti. Certamente uno dei più importanti è quello di aver aperto tutti i sistemi rendendo sempre più complicato leggere, capire e gestire gli eventi che si susseguono disordinatamente ad una velocità crescente. Questa è la difficoltà che conduce all’errore nelle previsioni evolutive-incrementali.  Di fronte alla complessità, alla vastità delle ipotesi possibili, alle variabili infinite e all’interconnessione di tutti gli eventi, un approccio “visionario”, basato sulla capacità di vedere lontano, di porsi degli obiettivi specifici e strategici da raggiungere, indicando percorsi, ostacoli e lacune può risultare più efficace e concreto.

Nel primo approccio sono gli eventi che trainano e condizionano le scelte mentre nel secondo sono gli obiettivi scelti che orientano l’azione.

La seconda osservazione riguarda l’utilità e il ruolo delle previsioni.

Mi pare che sia difficile non riconoscere l’utilità di disporre di previsioni, in particolare se basate su evidenze scientifiche, in una situazione confusa e incerta come quella che stiamo attraversando. Come siamo soliti verificare più volte al giorno i siti metereologici  per conformare i nostri comportamenti non si capisce perché non dovremmo fare qualcosa di analogo in occasione di scelte importanti riguardanti la politica, l’economia, il futuro di una impresa o di un Paese.

Il “foresight”, come lo chiamano gli Anglosassoni, da noi inteso come la capacità di elaborare delle previsioni di tendenze, dovrebbe occupare un ruolo centrale nel definire politiche e strategie.  E’ questa una carenza culturale che unita all’incapacità di vedere lontano, oltre l’orizzonte, ci condanna al declino, privandoci della speranza e della volontà di  raggiungere l’irraggiungibile e di risolvere ciò che oggi sembra irrisolvibile.