Perché nell’aprile 2012 in una regione della Costa d’Avorio dedita alla coltivazione del cacao si intensificano le telefonate tra agricoltori? E a cosa può servire questa informazione a un’organizzazione umanitaria? La risposta è nei risultati della Data4Development Challenge, un’iniziativa del gigante delle telecomunicazioni Orange con l’intento di esplorare i big data come opportunità per lo sviluppo economico e sociale dell’Africa subsahariana. Con la prima call lanciata nel 2013 l’azienda ha messo a disposizione di centri di ricerca e università ben 2,5 miliardi di scambi di telefonate e sms tra 5 milioni di abbonati in Costa d’Avorio, raccolti tra il 1 dicembre 2011 e il 28 aprile 2012 e resi anonimi dai tecnici di Orange stessa. Quest’anno il contest è stato rilanciato in Senegal, in partnership con la compagnia telefonica senegalese Sonatel, chiedendo a gruppi di ricercatori di tutto il mondo di dimostrare che le informazioni ottenute dall’analisi dei dati delle reti mobili possano portare benefici ai progetti di cooperazione allo sviluppo. Cinque i settori di esplorazione dei dati: sanità e salute, agricoltura, trasporti e pianificazione urbana, energia, miglioramento delle raccolte statistiche nazionali. Nella precedente edizione i progetti ricevuti sono stati 83 e quattro i premiati per aver individuato  visualizzazioni e metodologie di analisi utili per la realizzazione di progetti che migliorino la vita delle popolazioni coinvolte.

“Dal punto di vista di uno scienziato è un’esperienza elettrizzante”, racconta Simone Sala, uno dei ricercatori del Mit di Boston che ha vinto il contest con un progetto di analisi visuale dei dati insieme all’università di Eindhoven. “È stato il primo caso di rilascio di dati così massiccio in un paese in via di sviluppo e ovviamente ha suscitato grande interesse tra chi si occupa di innovazione nella cooperazione”.

Sala si è dedicato in particolar modo a studiare le anomalie individuate dallo strumento di analisi visuale realizzato dal team olandese, per spiegare i cambiamenti di comportamento in diverse comunità nel tempo. Ecco che il verificarsi di un picco di telefonate nel mese di aprile tra agricoltori nelle regioni di Bas-Sassandra e Dix-Huits Montagnes, dove si concentra la maggior produzione di cacao nel paese, si può spiegare con un aumento eccezionale delle precipitazioni nella stessa area. O ancora, il sistema ha messo in evidenza una drastica riduzione di scambi via mobile nel mese di gennaio, collegato a scontri tra due comunità nella regione di Gagnoa, che ha portato alla distruzione di centinaia di case e alla fuga degli abitanti.

E se il gruppo di Sala si è concentrato su una dimensione di analisi per spiegare le correlazioni tra eventi locali e comportamenti delle comunità, altri progetti hanno dimostrato come tenere sotto controllo un’epidemia o migliorare il traffico urbano.

Segnali di fumo digitali

Quella di Orange è un’iniziativa che si inserisce pienamente nelle nuove strategie post-2015 individuate dalle Nazioni Unite per far fronte alle sfide globali dopo il superamento degli Obiettivi del Millennio. All’avvicinarsi della scadenza e alla crescente consapevolezza di un raggiungimento solo parziale di questi obiettivi, si rendeva necessario cambiare le modalità di intervento, ma soprattutto la definizione delle azioni e la misurazione dei risultati. In un documento del World Economic Forum del 2012, dal titolo ‘Big data, big impact’, si parla di “flussi di dati creati ogni giorno dalle interazioni delle persone che usano gps, cellulari, dispositivi medici”. Interazioni che avvengono anche nei paesi in via di sviluppo, soprattutto attraverso la rete mobile, da parte di comunità le cui abitudini sono ancora poco studiate. Nel documento si invitano dunque “governi, organizzazioni e aziende a garantire che l’uso di questi dati migliori la vita degli individui che li producono”.

È su questo input che il segretario generale dell’Onu Ban ki Moon ha deciso di incentivare la realizzazione del UN Global Pulse, una speciale agenzia nata informalmente nel 2009 e poi concretamente nel 2013 con l’apertura di tre “laboratori” a New York, Jakarta e Kampala, in collaborazione con i governi locali,  per “accelerare la scoperta, lo sviluppo e l’adozione in scala dell’innovazione dei big data per lo sviluppo sostenibile e l’azione umanitaria”.

“Ci eravamo resi conto che basarsi su una raccolta tradizionale dei dati, attraverso i censimenti degli uffici di statistica nazionale o periodici report delle agenzie, non era sufficiente”, spiega Giulio Quaggiotto, direttore dell’Un Global Pulse di Jakarta.  Ci siamo chiesti, è possibile ovviare a queste carenze? Possiamo monitorare in tempo reale l’andamento dei progetti? O anticipare i bisogni?”  Sì, intercettando quelli che l’Un Global Pulse chiama ‘segnali di fumo digitali’, e che possono fornire una fotografia istantanea del benessere della popolazione in un dato momento, non solo in contesti di crisi. “L’agenzia è al servizio dei governi e delle Nazioni unite. Parte fondamentale del nostro compito è stabilire rapporti con settore privato, per avere accesso a dati e infrastrutture per analizzarli, come nel caso di Orange o di un altro contest che abbiamo chiuso da poco sul tema dei cambiamenti climatici”.

Una scusa per la sorveglianza globale o soluzione ai problemi dell’umanità?

Ancora tante le questioni aperte. In primo luogo la privacy: uno studio ha dimostrato che anche quando resi anonimi, nel 95% dei casi, con 4 punti di interazione tra gli utenti, si può risalire all’identità dell’abbonato. Nella seconda edizione di Data4dev, Orange ha tenuto conto di questo problema. Ludovic Centonze, direttore del settore Corporate Sustainability and Responsibility di Orange for development ha confermato che “tecnici di Orange hanno sostituito il numero di telefono che identifica ogni cliente con una serie numerica, prima di distruggere la tabella di corrispondenza, garantendo così la natura irreversibile di questo passo”. In più anche la posizione geografica viene alterata del 5% così come l’indicazione temporale. Una sorta di “mescolamento dei dadi”, come l’ha definito Simone Sala, che non rende impossibile identificare l’identità degli utenti ma la rende “molto difficile”.

In più, data la scarsa partecipazione di centri di ricerca di università africane nella prima call (solo due gruppi, uno dal Senegal e dal Camerun), ci si chiede quale sia il grado di restituzione di questi dati alla comunità: i big data dovrebbero essere anche open data? Quanto sono coinvolti gli utenti in questo processo?  “Le persone non sono informate individualmente dell’uso di questi dati per la D4D challenge”, ammette Centonze, “ma ai fini della ricerca non è ancora necessario. Se dovessimo realizzare applicazioni industriali con questi dati allora avremmo bisogno del permesso dei nostri clienti”.

“È un settore nuovo e nuove sono anche le questioni che lo riguardano, anche quelle più delicate, come l’interazione tra pubblico e privato”, spiega Quaggiotto, che parla di “data philantrophy” come nuova modalità di stabilire una collaborazione con il settore privato, per stimolare la ricerca in questo campo.

Quaggiotto fa riferimento al concetto di “smart city”, per specificare che il futuro richiederà sempre di più “smart citizens”, in grado di comprendere la potenzialità dei dati da loro prodotti e attivarsi per usarli in progetti che migliorino la loro vita. E cita un caso che ultimamente è “il suo pallino”: nell’ultima alluvione nella regione dei Balcani la risposta più veloce all’esigenza di trovare posti letto agli sfollati è arrivata da Airbnb, sito che aggrega l’offerta e la domanda di alloggio degli utenti senza intermediazioni di strutture alberghiere. Un attore non convenzionale nel campo dell’assistenza umanitaria in situazioni di crisi, anomalia sempre più frequente considerata anche l’esperienza di Orange.

“È evidente che il non profit deve cambiare approccio”, dice Quaggiotto “le ong dovranno affrontare problemi sempre più complessi, i big data permetteranno di monitorarli e gestirli in tempo reale”. Tenendo bene in mente che lo scopo non è quello di migliorare la vita dei cooperanti (o degli amministratori), ma delle comunità.