Ne abbiamo tanti e alcuni sono dei gioielli come la Capanna Regina Margherita che con le sue fondamenta costruite a 4.559 metri sulla punta Gnifetti del Monte Rosa è il rifugio alpino più alto d’Europa.

Bivacchi una volta, poi capanne alpine sempre più organizzate, i rifugi di montagna sono da più di un secolo simbolo ante litteram del turismo sostenbile. Doveroso, quindi, il salto in termini di efficienza ambientale ed energetica, oltre all’aggiunta del fattore sicurezza fondamentale per questo genere di edifici molto esposti alle forze avverse del cambiamento climatico. Terremoti compresi, come è avvenuto per il lodge del Laboratorio-Osservatorio Piramide Ev-K2 che sta a 5.050 metri di quota sul versante nepalese dell’Everest, e che da centro studi del Cnr di Bergamo si è trasformato in luogo di sopravvivenza durante il terremoto di aprile.

Sia il lodge, costruito in muro con pietre cementate secondo criteri tradizionali molto simili ai nostri rifugi italiani, sia la Piramide di vetro che gli sta accanto – ricorda Gianpietro Verza, responsabile tecnico della Piramide Ev-K2 – “hanno oscillato orizzontalmente in maniera pesante, ma hanno resistito e hanno potuto ospitare anche i sei alpinisti italiani sopravvissuti alla valanga del Campo Base.”

Dalla Piramide di vetro poi sono partite le comunicazioni a tutto il mondo: il laboratorio più alto del nostro globo è collegato in tempo reale anche grazie alle diverse fonti di energia alternativa ottimizzate dalla tecnologia Bticino che ha collaborato alla messa a punto dell’impianto in grado di gestire forniture elettriche multi-sorgente e che ha permesso alla sede centrale del Cnr di Bergamo di fornire assistenza continua a distanza.

Sicuri e ospitali, i rifugi diventano così esempi di tecnologia smart: ma la parola d’ordine oggi è non sprecare. E gli interventi di riqualificazione energetica puntano a minimizzare i consumi e a utilizzare fonti energetiche rinnovabili. Il mix di queste va studiato sulla base dell’orografia locale. “Noi consigliamo una combinazione tra diverse fonti – spiega Annamaria Belleri, senior researcher di Eurac che con il suo team è intervenuta su diversi rifugi altoatesini -: impianto fotovoltaico; cogenerazione di energia e calore; forza idrica mediante turbine allacciate alla conduttura dell’acqua; energia eolica”. Cui aggiungere, però, a garanzia di continuità o emergenza “una microturbina a gas per cogenerazione di energia elettrica e calore (è sufficiente un locale tecnico di ca. 8-10m²), azionata con gas liquido; riscaldamento a legna, tronchetti di legno o pellet”.

Tutto ciò potrebbe essere ridotto ai minimi termini se poi l’intervento sull’involucro fosse completo in modo da ridurre al minimo le dispersioni termiche. Questo è infatti il primo passaggio da analizzare: “In particolare, i volumi dovrebbero essere compatti, evitando soprattutto le dispersioni termiche verso l’esterno della zona più riscaldata, ovvero la zona bar/ristorante, ma piuttosto sfruttando il calore di questa zona per riscaldare la zona notte, una volta che la zona ristorante chiude. La presenza di vetrate rivolte a sud-ovest nella zona bar/ristorante permetterebbe inoltre di sfruttare i guadagni solari”.

“Il problema dei rifugi italiani è, però, la mancanza di fondi per intervenire”, spiega Stefano Bruno titolare della piemontese Ahora architettura che dà un’ordine di idee economiche per l’intervento: “Per un rifugio su due piani si dovrebbe ragionare tra gli 80 e i 120mila euro: di questi il 90% lo si deve investire sull’involucro e il resto sugli impianti”.

Certo, intervenire sulle strutture ad alta quota non è uno scherzo. E tanti sono anche in questo caso gli accorgimenti da considerare “non solo in termini di trasporto (spesso bisogna far intervenire l’elicottero) – spiega Bruno – ma anche di stagionalità: è bene che in pochi mesi si terminino i lavori di cantiere”. Problema, ma anche opportunità, è infine la forza lavoro: “Non sempre – fa osservare Belleri – si trovano tecnici disponibili a 3mila metri di quota“.

Intanto, un ottimo risultato è stato ottenuto sulla riqualificazione del rifugio storico Carlo Mollino, promossa dal dipartimento di architettura e design del Politecnico di Torino che sta in terra valdostana sulle piste del Weissmatten di Gressoney.

Diverse le aziende tecnologiche che hanno collaborato alla riqualificazione – tra cui Hoval e Bticino – tanto da raggiungere i parametri della Classe A Gold di CasaClima. Fondamentale è stata l’attenzione dedicata alla ventilazione meccanica controllata. “Ancor più che in altre realtà abitative – ribadisce Bruno – è importante creare un buon microclima interno per scongiurare muffe e condense, ma anche cattivi odori”. Chi viaggia per rifugi sa cosa intende.