«Una grande festa da Cerignola a Marrakech, questo mi immagino» racconta con gli occhi luminosi Vincenzo Torraco, ambulante di ortaggi al quartiere Barriera di Milano. Sogna una festa a cui invitare le due anime del quartiere torinese. Quella più antica, della emigrazione dal Sud Italia, dalla Puglia in primis, iniziata negli anni 20; e l’anima più giovane dei migranti, soprattutto dai paesi nordafricani. Sogna la festa al mercato quotidiano di Piazza Foroni – ribattezzata dai torinesi Piazza Cerignola proprio per il gran numero di pugliesi nel quartiere – dove è uno dei sostenitori del progetto Fa bene.

«Qui a Barriera tante persone hanno perso il lavoro ma non osano chiedere nulla, è una questione di dignità – spiega Torraco – Noi diamo loro le donazioni di cibo raccolte tra i nostri clienti e le nostre eccedenze; loro restituiscono alla comunità ore di volontariato». Il progetto, nato al Comitato S-nodi di Caritas e dalla cooperativa sociale Liberitutti, si è diffuso in altri quartieri.

Questo borgo popolare è stato costretto a confrontarsi più di altri con la crisi post-industriale – qui c’erano le acciaierie Fiat e diverse ferriere – e con le difficoltà dell’integrazione. Allo stesso tempo si è generato un silenzioso processo di trasformazione, emblema di tutta la città che sta cercando una nuova via per la crescita. «Torino ha diversi asset importanti: la capacità tecnologica, il saper fare, la finanza filantropica e l’imprenditorialità sociale. Che si possono combinare tra loro creando quella che possiamo chiamare impact economy, l’economia che vuole dare risposte ai bisogni segnando nuove traiettorie di sviluppo per la città» racconta Mario Calderini, professore al Politecnico di Milano e promotore di Torino Social Impact, la piattaforma che aggrega 65 soggetti pubblici e privati. Dalle imprese agli acceleratori, dal Comune alle coop, rappresentano l’ecosistema dell’innovazione sociale che Torino candida a fare diventare attrattiva a livello internazionale per quei capitali dell’impact investing che cresceranno solo in Italia a 400 milioni di euro entro la fine dell’anno, secondo le stime di Tiresia del Politecnico di Milano. Un ecosistema, che accoglie il non profit tradizionale sostenendolo per farlo crescere ma anche nuove realtà ibride.

A dieci minuti dal mercato di piazza Cerignola è sorto Open Incet, che – all’interno di una ex fabbrica donata dalla famiglia Bruni Tedeschi al Comune – ospita realtà diverse: da Impact Hub per startup a impatto sociale a Edit che, con l’imprenditore Marco Brignone, è diventato un luogo di enogastronomia di tendenza; da Izmade impresa sociale e fablab che produce oggetti di arredo con materiali di riuso al museo privato Fico che moltiplica le iniziative culturali del quartiere.

A pochi metri da Barriera di Milano, nell’altrettanto popolare quartiere Aurora l’innovazione sociale si incarna in un percorso diverso, quello di un’azienda privata che ha fatto la scelta di trasferirsi qui. La Nuvola Lavazza è stata pensata – fin dal disegno dell’architetto Cino Zucchi – come un motore del dialogo, attivatore di progetti e di idee. Inaugurata un anno fa, a seguito di un investimento da 120 milioni di euro, per oltre 30mila metri quadrati, che produce idee e lavoro, cibo e cultura. Ospita anche l’Istituto d’Arte Applicata e Design (Iaad) con i suoi oltre 700 giovani creativi.

Si muovono le grandi imprese storiche valorizzando il loro ruolo sociale e si danno da fare i giovani futuri imprenditori. «Al primo bando nel 2015 abbiamo ricevuto una sessantina di application, ora sono 400 l’anno di cui il 30% giungono da fuori Italia» spiega Laura Orestano che guida SocialFare, centro di innovazione sociale, nato su iniziativa della Congregazione dei Giuseppini del Murialdo, che ne detiene il 78 per cento. SocialFare è anche incubatore certificato. E ogni anno accelera una dozzina di startup a vocazione sociale grazie a un fondo investito da fondazioni e business angel. «Il fondo ha una dotazione di 1,7 milioni di euro ma contiamo di scalare a 8-10 milioni in tempi brevi» annuncia Orestano. Il tutto a vantaggio di realtà innovative, perlopiù social tech, come Solunch, che permette di trascorrere la pausa pranzo in case private. Oppure Synapta, che con la piattaforma ContrattiPubblici.org vuole rendere trasparente il settore degli bandi e dei contratti pubblici: ci ha creduto con 430mila euro anche Oltre Venture, società italiana pioniera nel venture capital sociale, che a Torino creò il primo housing sociale temporaneo italiano. Perché Torino sperimenta nuovi processi di innovazione sociale. Non a caso è nata sotto la Mole una dozzina di anni fa Permicro, prima società specializzata in microcredito che ha erogato oltre 4 milioni a imprese e 12 milioni a famiglie solo a Torino per arrivare a un erogato nazionale di 157 milioni di euro. E guardando al futuro si sperimenterà al carcere Lorusso Cutugno il primo social impact bond italiano, su iniziativa di Human Foundation, Ministero della Giustizia e Fondazione Crt. Al Politecnico invece parte ora il primo impact campus – creato dalla Fondazione Cottino – dedicato a educare sia gli studenti sia le aziende rispetto alla sostenibilità in ogni ambito dell’agire. Sull’education e la divulgazione da più di un anno è arrivata Nesta Italia, nata per volontà dell’omonima fondazione inglese che promuove l’innovazione sociale. «Di fronte allo scenario di incertezza aperto da Brexit – spiega Marco Zappalorto che guida Nesta Italia – la nostra sede torinese è fondamentale per avere un accesso più diretto a opportunità e sperimentazioni in Europa».

L’arrivo in Italia di Nesta è sostenuto da Compagnia di San Paolo che si sta via via ritagliando un ruolo sempre più attivo. «In passato la Compagnia aggregava progetti e li finanziava attraverso grant – spiega il presidente Francesco Profumo. – Oggi si è trasformata in un hub di conoscenza e competenze che utilizza leva finanziaria con modalità diverse: non solo grant a fondo perduto, ma anche equity, loan e soprattutto fondi di garanzia». In pratica, la Compagnia interviene con strumenti finanziari diversi per sostenere alcune idee di business a impatto sociale selezionate nell’acceleratore SocialFare. «In questi due anni abbiamo fatto un po’ di esperienza – aggiunge Profumo – Adesso siamo pronti per allargare il perimetro di queste iniziative in modo strutturato. Nel frattempo abbiamo fatto un investimento iniziale in Oltre Venture per tre milioni. Ci siamo costruiti lo strumento, il veicolo per poter eventualmente finanziare queste operazioni».

Finanza filantropica, terzo settore, imprese, acceleratori, education: tutto l’ecosistema è pronto. «In primo luogo Torino Social impact (la piattaforma creata da Compagnia di San Paolo e Camera di Commercio di Torino ndr.) – dà un’identità, presentandosi anche all’estero come ecosistema di impatto capace di accogliere investimenti» aggiunge Calderini. Non a caso si svolgerà nel capoluogo piemontese la European Innovation Academy. «Inoltre la piattaforma riempie ciò che manca. Per esempio abbiamo creato un centro di misurazione di impatto che offrirà competenze a tutti. Non faremo progetti direttamente ma sosterremo quelli più complessi, quelli più rischiosi e quelli che hanno dimostrato di funzionare ma che hanno bisogno di crescere in capacity building e scalabilità». Come Fa bene, al mercato di Piazza Cerignola. «Stiamo studiando come rendere sostenibile il progetto – aggiunge Enzo Torraco – anche dal punto di vista economico», un’impresa sociale che nascerà sulla strada tra piazza Cerignola e Marrakech.