I dati aggiornati al 30 giugno, raccolti dal report trimestrale curato da Mise, InfoCamere e Unioncamere, dicono ancora una volta che la popolazione delle
startup iscritte all’apposito registro continuano a crescere (seppur di poco), che la Lombardia è il bacino più attivo dell’ecosistema dell’innovazione italiano e che il fatturato medio delle nuove imprese viaggia su cifre ancora (troppo) modeste. Niente di particolarmente nuovo sotto il sole, verrebbe da dire, se non per delle piccole variazioni rispetto al trimestre precedente. Il numero totale è salito infatti di 290 unità per arrivare a quota 11.496 (il 3,1% di tutte le società di capitali costituite in Italia negli ultimi cinque anni e ancora in stato attivo) e marginali sono anche le differenze positive rispetto ai primi tre mesi dell’anno in fatto di capitale sociale complessivamente sottoscritto (in crescita del 2% a 656,3 milioni di euro, per circa 57mila euro di capitale medio a startup) e al numero di soci di capitale dell’azienda, aumentati dell’1,2% a circa 53mila.

La regione con la maggiore densità di imprese innovative, forse non a caso, è il Trentino-Alto Adige, dove circa il 5,4% di tutte le società di recente costituzione è una startup, mentre in Lombardia hanno sede oltre un quarto di tutte le società iscritte nel Registro (la sola provincia di Milano, con 2.254, rappresenta il 19,6% dell’intera popolazione). Per quanto riguarda la distribuzione per settori di attività, il 73,3% delle startup opera nel campo dei servizi B2B e a livello di specializzazioni prevalgono la produzione di software e la consulenza informatica, ambiti ai quali appartengono il 35,6% delle nuove imprese.Si diceva del fatturato: il valore della produzione medio relativo all’esercizio 2018 è di poco inferiore a 163mila euro: vero che le startup innovative sono soprattutto microimprese, ma la sindrome da nanismo che ha accompagnato in questi anni l’intero movimento fatica a scomparire e lo dimostra anche la cifra del volume d’affari complessivo, che ammonta a poco più di un miliardo di euro, in discesa di 74 milioni rispetto a quello registrato al termine del trimestre precedente. Dai bilanci 2018 emerge infine una tendenza consolidata ormai da anni e per altro fisiologica per imprese a elevato contenuto tecnologico, che hanno tempi più lunghi di accesso al mercato: oltre il 51% delle startup innovative italiane sono in perdita (il reddito operativo complessivo è negativo per 77,8 milioni di euro) e l’emergenza Coronavirus rischia, in diversi casi, di frenarne pericolosamente il percorso di sviluppo.

Il DL Rilancio varato dell’esecutivo ha confermato infatti la necessità di interventi specifici anche per l’ecosistema dell’innovazione e le maggiori esigenze di liquidità delle nuove imprese innovative rispetto alle altre aziende di piccola dimensione. La recente conversione in legge del decreto legislativo, avvenuta il 17 luglio, ha quindi ufficializzato le misure a sostegno, lasciando invariati alcuni importanti provvedimenti. Quali? Alessandro Malacart, Chief financial officer di Digital Magics, ha citato in primis il rifinanziamento dello strumento Smart&Start (gestito da Invitalia) con risorse aggiuntive di 100 milioni di euro per l’anno 2020 per la concessione di finanziamenti agevolati. Altri punti focali sono l’estensione alle startup degli incentivi per la fornitura di attività di R&D (prima riservati solo a università e centri di ricerca) e il rifinanziamento per 200 milioni di euro della quota riservata alle imprese innovative nel Fondo di Garanzia Pmi (Legge 662/96).L’iter parlamentare ha invece cambiato, e in peggio, alcuni parametri del DL, come il massimale fissato al 5% del plafond (10 milioni di euro) per l’acquisto di servizi da incubatori, acceleratori e innovation hub e il limite dell’intervento pubblico (il DL stanzia 200 milioni di euro ai Venture Capital) fissato in quattro volte l’importo complessivo raccolto dalla startup/Pmi innovativa sul mercato privato dei capitali. E non solo. Oggetto di revisione è stato anche il limite di investimento che gode della detrazione del 50% da 100mila a 300mila euro, innalzato ma solo per le Pmi innovative, mentre la conversione in legge, ha sottolineato ancora Malacart, “non ha corretto una grave lacuna, e cioè l’esclusione delle società di capitale dai vincoli con cui è possibile investire indirettamente”.In attesa dei decreti attuativi, il giudizio sull’intervento governativo è sostanzialmente positivo, soprattutto per la dimensione delle risorse finanziarie messe sul tavolo, ma lascia anche qualche dubbio. “Il DL non risolve certo il gap nei confronti degli interventi pubblici stanziati per le startup dalla maggior parte dei Paesi evoluti, anche se è un segnale che va nella giusta direzione”, aggiunge infine il manager di Digital Magics, che boccia però esplicitamente l’azione parlamentare, ritenuta colpevole di “pochi correttivi positivi introdotti” e, in alcuni casi, “di una situazione peggiorata” rispetto alla configurazione originale del decreto. Gli operatori, insomma, si aspettano nei prossimi mesi un programma di investimenti in innovazione correlato agli stanziamenti del recovery fund europeo, ritenendolo quanto mai necessario per sostenere la ripresa di settori strategici come la scuola, la sanità, il turismo e l’industria manifatturiera e agroalimentare. “È l’occasione del secolo”, così la definisce Malacart, “per costruire il futuro del Paese”.