Tre indizi. La chiusura definitiva, e positiva, del deal Disney-Fox; Amazon che ha deciso di lanciarsi nel mercato della pubblicità su mobile (spot video direttamente sull’app); Apple che si prepara al suo lunedì di “show time” che dovrebbe avere i suoi piatti forti nel lancio del nuovo servizio video (in diretta concorrenza con Netflix e Amazon anche con propri contenuti originali) e del servizio a mo’ di “Netflix delle News”.

Tre indizi fanno una prova, diceva della regina del giallo Agatha Christie. In realtà, ad andar dietro con lo sguardo ce ne sarebbero anche altri. Ma pur limitandosi all’ultima settimana queste tre novità sono senz’altro la conferma di come tv, giornali e il mondo dei media in generale stia entrando fattivamente in un vortice generato dalla forza, preponderante, di quella che si può definire l’economia delle piattaforme.

Vale non solo per il settore media questo sommovimento dalle fondamenta generato dall’ingresso sulla scena delle piattaforme globali. Ma sul versante media i giochi stanno entrando davvero sempre più nel vivo in questo periodo segnalando che, realmente, il tempo per correre ai ripari sta scadendo. Quel che è accaduto con l’acquisto della 21st Century Fox da parte di Disney – preceduto dall’acquisto, da parte dell’americana Comcast, della Sky attiva in cinque paesi europei, Italia compresa – è forse il più importante segnale di reazione del mondo dei media “storici” all’ingresso sulla scena di nuovi player globali, Netflix e Amazon su tutti.

Questi due operatori in virtù della loro penetrazione capillare a livello mondiale, del numero di utenti e di brand riconosciuti in ambiente Internet, hanno finito per acquisire un sempre maggior potere sulle major storiche sfidandole anche direttamente sul loro terreno che è quello della produzione di contenuti originali. Per loro la possibilità nel corso del tempo di potenziare l’“autonomia” in quanto soggetti media a tutto campo è stata offerta dalla grande ascesa dei consumi streaming che li vede protagonisti.

Da qui un arrocco, per i media “storici” che è senz’altro difensivo, ma con cui da Disney-Fox nasce un gigante con una vasta library che va dai Simpson, agli eroi Marvel a quelli di Guerre stellari a Modern Family, a studios, case di produzione. In questo quadro – e qui viene un punto chiave – la casa di Topolino sta pianificando il lancio di Disney +, servizio di videostreaming ad abbonamento, entro la fine del 2019. A questo va poi aggiunto che la società guidata da Bob Iger ha assorbito il 30% delle quote Hulu, che sommate alle azioni già in possesso fa di Disney l’azionista di maggioranza della piattaforma streaming con una fetta pari al 60%.

Qui tutto diventa più chiaro (o comunque lineare) quanto a scelte strategiche: rafforzamento, messa a fattor comune di contenuti di qualità, creazione di piattaforme (Disney+ o Hulu) che possono avere l’ambizione di diventare globali. Lo fa Disney, ma si sta preparando anche Warner, ora entrata, con le altre properties di Time Warner come HBO o Cnn, nella galassia di AT&T. Strategia lineare, ma che va a inserirsi in un contesto in cui la competizione è tiratissima e va infiammandosi sempre di più. Disney, ad esempio, in vista del lancio di Disney + ha iniziato a rimuovere i suoi film e programmi televisivi della library di Netflix. A sua volta il colosso Usa del videostreaming ha opposto un rifiuto Prova ne sia il rifiuto a offrire propri contenuti a Apple per il servizio che si prepara a lanciar lunedì.

Eppure, il miliardo messo in campo in contenuti da parte di Apple non è neanche paragonabile ai circa 13 miliardi di dollari che si stima saranno spesi da Netflix. Non dovrebbero esserci particolari patemi quindi per la società californiana. Apple però ha qualcosa che, nonostante tutto, Netflix non ha: 1,4 miliardi di dispositivi in tutto il mondo. Qui Reed Hastings e gli executive del colosso di Los Gatos devono aver sentito lungo la schiena il brivido generato dalla competizione sullo stesso loro terreno: la globalità della piattaforma. Meglio almeno non cedere sull’altro punto di forza: i contenuti originali pregiati. Il tema della forza della piattaforma diventa così più chiaro, come più comprensibili le sfide lanciate nel segmento dei contenuti audiovisivi, ma anche nell’advertising come nell’editoria. Per fare un altro esempio, proprio nel campo dell’editoria Mark Thompson, ceo del gruppo del New York Times, ha spiegato di essere molto critico nei confronti dell’operazione che porterà alla nascita di un servizio news in abbonamento di Apple. Per argomentare ha portato a esempio la partita fra produttori cinematografici e televisivi e Netflix. “Se fossi stato un network americano – ha dichiarato in un’intervista a Reuters – ci avrei pensato due volte prima di dare tutto il mio catalogo a Netflix. Ha davvero senso aiutare Netflix a costruirsi una base di abbonati talmente vasta che possono permettersi di spendere 9 miliardi di dollari l’anno per creare i propri contenuti e pagare me sempre meno?”. Anche i timori del mondo della pubblicità sull’avanzata di Amazon sono legati alla forza del player. Che alla fine ha il vantaggio di una profilazione praticamente perfetta (con l’attività di e-commerce si conosce anche l’ “ultimo miglio” degli acquisti) ma anche – e qui si torna al punto – la piattaforma globale.

È chiaro che, parlando di settore audiovisivo e mondo della tv in particolare, ci si trova ora a rincorrere. “Tutta l’internazionalizzazione e globalizzazione dell’industria dell’audiovisivo – spiega Emilio Pucci, direttore E-Media Institute – si è finora svolta sui criteri, modalità, sistemi del XIX secolo: investimenti diretti esteri, circolazione transfrontaliera di prodotti, programmi, canali. Questo tipo di internazionalizzazione-globalizzazione è stata praticata da tutti i gruppi media o almeno da quelli che hanno potuto praticarla. I gruppi europei “ci hanno provato” con risultati a macchia di leopardo”. La nuova internazionalizzazione è invece basata sulla platform economy e di fatto declinata con la creazione di piattaforme globali extra-territoriali ma con una penetrazione capillare su tutti i territori (Amazon, Netflix, YouTube.). “I gruppi media – aggiunge Pucci – hanno fatto fatica a comprendere questo passaggio e a fare uno scatto in questa direzione. Solo negli ultimi anni hanno compreso che la trasformazione è radicale e che devono sviluppare anche essi piattaforme globali. Per i broadcaster nazionali la scelta è ormai ragione di vita o di morte e un approccio consortile anche e soprattutto transnazionale è vitale”.

Qui il pensiero va dritto al progetto di espansione internazionale di cui parlano i vertici di Mediaset. Se ne parla da tempo e, in fondo, di tempo ne è stato purtroppo anche sacrificato sull’altare dello scontro fra il gruppo di Cologno e i francesi di Vivendi cui Mediaset e Fininvest stanno chiedendo miliardi di danni con l’accusa di non aver rispettato i patti su una possibile percorso comune. Le voci di un’operazione che possa vedere protagonisti Mediaset, Mediaset Espana e (qui puntano i rumors) i tedeschi di Prosiebensat si rincorrono da tempo. Qualche giorno fa, in occasione dell’approvazione dei conti del 2018 il guidato da Pier Silvio Berlusconi ha introdotto il voto maggiorato in statuto e ha deciso di non distribuire il dividendo, nonostante le attese del mercato andassero in senso opposto. Non una decisione definitiva, ma che può essere rivista all’assemblea del 25 luglio sulla semestrale. Tutto dipende dalle possibilità offerte del mercato, come dichiarato a valle del cda che ha approvato il bilancio. Del resto più in là è difficile andare. Anche nel Regno Unito Bbc e Itv hanno annunciato un accordo. Punto di approdo: una piattaforma streaming, Britbox. Avrebbero voluto farlo 12 anni fa, ma l’Antitrust Uk li ha bloccati. Ora sembra invece incoraggiarli. La differenza, anche qui, la fa (soprattutto) Netflix.