«La cybersecurity è molto più che difendere dati, dispositivi e sistemi: è un nuovo approccio verso tutto quello che si può considerare It. Essere oggi un provider di data protection significa applicare le nuove tecnologie all’interno di un paradigma molto più ampio in termini di mercato di riferimento». Mauro Papini, country director per l’area South Europe e Med&Me di Acronis, multinazionale con doppia sede legale a Singapore e in Svizzera, ha inquadrato così la filosofia che ispira oggi un’azienda per anni focalizzata sulle soluzioni di backup per ambienti fisici, virtuali e mobili e che da qualche anno a questa parte ha puntato con decisione su un’offerta a più anime (tecnologiche) e a tutto campo per le imprese che rimanda al concetto di cyber-protection.

Una “conversione”, quella operata da Acronis, che riflette le mutate esigenze di una domanda a sua volta condizionata da variabili anche indipendenti come l’introduzione del Gdpr, il regolamento europeo per il trattamento dei dati personali dell’utente. «Si parte dalla protezione a livello fisico del dato che risiede da qualche parte nel sistema aziendale – spiega il manager – e ci si apre alle funzionalità di disaster recovery e ai tool di sincronizzazione e di condivisione dei dati in cloud, senza dimenticare ovviamente la componente di cybersecurity vera e propria. Il Gdpr è una problematica complessa, un insieme di tanti elementi che ha cambiato dentro le organizzazioni il livello di importanza della data protection, andando ben oltre la sfera del classico backup e richiamando i vendor a un approccio alla sicurezza by design».

In tema di servizi cloud, voce che per Acronis in Italia è sinonimo di un incremento del 150% della quota di fatturato, la strada perseguita dalla società ha contorni ben delineati e riflette la tendenza che predilige il modello della sottoscrizione in forma di servizio rispetto all’acquisto della classica licenza d’uso. «A mio avviso – aggiunge Papini – siamo all’inizio della curva esponenziale di adozione estesa di questa tecnologia, anche se alcune applicazioni difficilmente potranno essere migrate nella nuvola. Per facilitare l’implementazione delle soluzioni per i nostri clienti (service e system integrator in particolare, ndr) abbiamo riscritto completamente il codice delle applicazioni invece di adattare alla logica del cloud quelle on premise già esistenti».

Smart contract da una parte e certificazione delle filiere verticali dall’altra: gli ambiti di applicazione della blockchain in Italia, nella visione di Acronis, sono al momento sostanzialmente questi due. «Ci sono ancora pochi business case consolidati – osserva Papini – e se praticamente tutte le grandi aziende ci stanno in qualche modo lavorando, nelle medio-piccole è un discorso spesso e volentieri solo accennato». Come intercettare, di conseguenza, una domanda che lascia intravedere grandi prospettive di sviluppo? La ricetta scelta dall’azienda è quella di aggiungere alla piattaforma di data protection servizi innovativi di autenticazione trasparente dei dati (Acronis Notary), basati per l’appunto sulla “tecnologia dei blocchi” e rivolti a settori di utenza che operano massivamente in ambito documentale come gli studi legali e commercialisti.

«Un’ulteriore applicazione della blockchain – aggiunge il manager – è sicuramente quella della sicurezza delle identità digitali, ma in Italia manca ancora un piano normativo che attribuisca reale valore all’utilizzo di questa tecnologia in questo ambito».

Algoritmi in grado di modificare i comportamenti di alcuni processi deputati ad automatizzare specifiche attività: questa, secondo Papini, è una delle più importanti applicazioni dell’intelligenza artificiale in ambito business, rispetto a uno spettro di casi d’uso legati a questa tecnologia potenzialmente infinito. Più nello specifico, ciò che ha fatto Acronis è aver integrato le capacità dell’Ai in tool anti-ransomware, dando vita a una soluzione “embedded” preposta a monitorare in modo continuo lo stato di salute di una macchina rilevando i comportamenti anomali riconducibili all’attività dell’uomo. In altre parole, l’algoritmo entra in gioco per bloccare il processo quando riscontra cambiamenti repentini e non previsti a livello funzionale, operando in una logica predittiva della protezione.

Fantascienza? No, realtà. Il settore motorsport ne è una prova e nello specifico la scuderia Williams di F1, che di recente ha bloccato (in tempo utile) un attacco di tipo ransomware ai propri sistemi informatici proprio grazie alle soluzioni di cyber protection, con intelligenza artificiale “on board”.